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Politica

Confidence China, cresce l'incertezza per le imprese europee

Lo afferma il Business confidence survey 2020 diffuso oggi dalla European Chamber, la camera di commercio delle 1700 imprese europee attive nella Repubblica popolare. La necessità di Pechino di far crescere l'attrattività del mercato si scontrerà con i vincoli burocratici e un ruolo crescente delle Soe


11/06/2020 14:56

di Pier Paolo Albricci - Class Editori

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La linea scura indica la percentuale di chi considera la Cina tra le top 3 destinazioni per gli investimenti, la linea chiara la percentuale di chi pensa di aumentare l'operatività in Cina

"Navigando al buio". Già dal titolo, il Business confidence survey 2020 (Bcs) diffuso oggi dalla European Chamber, la camera di commercio delle imprese europee in Cina, pubblicato ininterrottamente dal 2004, non promette niente di buono. 

L'elenco di incognite che gli associati della Camera, 1700, stanno affrontando cresce man mano che allungano il loro sguardo oltre l'immediato. E la loro sensazione è che, nonostante l'economia cinese si stia rimettendo in piedi, le aziende europee trovino ancora le forniture a monte in esaurimento, mentre la domanda precipita a valle.

Al sondaggio condotto nei mesi di gennaio e febbraio su un campione di oltre 1300 imprese hanno dato risposte complete 626 associati, che hanno sottolineato soprattutto la scoperta della fragilità delle catene di approvvigionamento globali, prima ritenute molto efficienti, mentre i mercati venivano colpiti dalla pandemia uno dopo l'altro.

Infatti i vincoli agivano non solo sulla domanda di input a monte da parte dei produttori e dei loro fornitori, ma anche sull'energia e il cash flow che alimenta l'intera catena. Anche in settori isolati con catene di approvvigionamento onshore e completamente sicure, come il turismo e l'ospitalità, i cali della domanda hanno generato un forte calo delle entrate, lasciando solo poche aziende indenni.

A questo dato di fatto, già messo in rilievo da più parti, si aggiunge nel survey della European Chamber la novità di un peggioramento delle aspettative sul clima del business all'interno del mercato cinese.

«Incognite sconosciute portano nuove sfide e incertezze a livelli come non se ne vedevano da generazioni» è scritto nel report, riferendosi al fatto che già prima dell'emergenza Covid in alcuni settori economici portanti, logistica, chimica e petrolio, edilizia e industria automobilistica, gli operatori intervistati uscivano dal 2019 con una tendenza al ribasso, sia  in termini di fatturato che di redditività, con particolare accentuazione per le pmi.

Solo il 46% delle pmi ha registrato un aumento delle entrate nel 2019 e il 40% che ha registrato un ebit più elevato, rispetto al 56% e al 47% delle società multinazionali, rispettivamente.

Su questi dati si è innestata la crisi Covid che spingerà la Cina ad affrontare una sfida ancora maggiore degli anni scorsi per promuovere l’attrattività del proprio mercato. D'altra parte, però le aziende hanno capito la necessità di diversificare le catene di approvvigionamento e mettere fine ad un’eccessiva dipendenza da ogni singolo legame.

Questa diversificazione potrebbe essere estremamente negativa per gli interessi economici cinesi, a meno che la Cina stessa non si adatti alla situazione emergente. Il che, da quello che emerge dal survey della European chamber, non sembra l'opzione più probabile.

Se già prima della pandemia di Covid-19, l’agenda cinese, limitata e selettiva nelle aperture, aveva registrato progressi modesti nella correzione di problematiche minori, come il miglioramento delle procedure burocratiche, invece dell’implementazione di riforme profonde e radicali necessarie per creare uno scenario aperto, corretto e competitivo, ora le cose non potranno che peggiorare, secondo gli intervistati. 

Circa la metà di loro continua a dover affrontare barriere di accesso ai mercati. Il 15% dichiara di avere a che fare principalmente con ostacoli diretti, come “liste negative”, mentre circa il doppio afferma di essersi imbattuto in ostacoli indiretti, come procedure poco chiare relative al rilascio delle licenze e altre approvazioni amministrative complesse.

Il fatto che la valutazione di questi dati sia la stessa di un anno fa porta a riflettere su quanto le aperture del 2019 siano state effettivamente efficaci. I miglioramenti del contesto normativo, resi noti nel 2019, sono stati accolti dalla business community europea, ma ancora una volta, non sono riusciti a contrastare efficacemente le sfide da affrontare. Nel contesto attuale, queste riforme sono considerate ancora più irrilevanti.

Operare in Cina è diventato più difficile nel corso dell’ultimo anno per il 49% dei membri, -4% rispetto al 2019, registrando quindi un miglioramento parziale. Tuttavia, con la pandemia di Covid-19, che ha soffocato la domanda in un modo che non accadeva da circa un secolo, questo sentiment sarà certamente sceso in picchiata. Semplicemente, i piccoli passi non sono sufficienti.

E le aspettative non sono positive. Nei prossimi 5 anni, il 44% degli intervistati prevede un aumento degli ostacoli normativi, mentre soltanto il 29% ci sarà una diminuzione. Le aziende europee dichiarano che le norme sono spesso applicate in modo discrezionale: il 40% afferma che la loro esecuzione è per loro sfavorevole.

Per quanto riguarda il futuro un ulteriore elemento di incertezza riguarda il ruolo delle imprese di stato. Se il crollo della domanda e la necessità di diversificare la catena di approvvigionamento hanno reso cruciale il fatto che i leader cinesi incrementino in altri modi l’attrazione nei confronti del mercato, è un datto di fatto che nei periodi di crisi cresca il ruolo di stabilizzazione della Soe, le state owned companies.

Quasi la metà degli intervistati dalla European chamber sostiene che le imprese pubbliche otterranno opportunità a spese del settore privato nel 2020, con un incremento di sette punti percentuali rispetto allo scorso anno. E solo un terzo, percentuale in diminuzione, è convinto che il settore pubblico e quello privato sperimenteranno pari opportunità.

La liberalizzazione, progressiva ma insufficiente in alcune aree che si è unita alla regressione delle riforme nelle aziende pubbliche, rafforza la percezione di una divisione che è stata tracciata tra settori, con la Cina che si muove verso il modello ‘un’economia, due sistemi’: da un lato, forze di mercato e meccanismi regolatori moderni sembrano essere sempre più internazionali; dall’altro lato i settori economici più cruciali sono dominati da campioni nazionali di proprietà statale mentre le imprese private sono, nel migliore dei casi, represse, oppure costrette a lasciare interamente il mercato, nel peggiore. La progressiva affermazione del modello ‘un’economia, due sistemi’ compromette seriamente il sentiment economico.

E la situazione è destinata a peggiorare quando ripercussioni economiche dovute al Covid-19 costringeranno le aziende europee a mettere in atto rilevanti tagli e altre scelte difficili: aziende che altrimenti avrebbero incrementato gli investimenti in Cina. (riproduzione riservata)

 

 

 


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