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Azienda Agricoltura

Dalla meccanica alle stalle digitali, l'Italia nella smart agriculture cinese

Pechino sta concentrando investimenti e programmi di modernizzazione sull'agricoltura 2.0, che coinvolge non soltanto macchine agricole, ma trasmissioni intelligenti, sensori, sistemi automatizzati di irrigazione e piattaforme digitali capaci di governare l'intero ciclo produttivo. Qui i casi di successo del made in Italy e le prospettive


15/10/2026 10:59

di Mauro Romano - Class Editori

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Lodovico Bussolati, ceo di SDF

La nuova frontiera del Made in Italy in Cina passa anche dai campi coltivati, dai trattori elettrici e dalle stalle connesse. Non soltanto macchine agricole, dunque, ma trasmissioni intelligenti, sensori, sistemi automatizzati di irrigazione e piattaforme digitali capaci di governare l'intero ciclo produttivo. È il mercato della smart agriculture, sul quale Pechino sta concentrando investimenti e programmi di modernizzazione e dove alcune imprese italiane hanno già costruito una presenza industriale significativa. Due casi emblematici sono Carraro e SDF, il gruppo bergamasco proprietario dei marchi Same e Deutz-Fahr.

Carraro China, fondata nel 2004 e basata a Qingdao, rappresenta uno degli esempi più strutturati di radicamento italiano nella filiera cinese della meccanizzazione agricola. La società del gruppo veneto progetta e produce assali, trasmissioni e sistemi integrati per trattori, mietitrebbie e macchine movimento terra, operando come fornitore diretto dei principali costruttori cinesi e internazionali.

I numeri fotografano la dimensione raggiunta dall'attività locale. A fine 2025 Carraro China contava 287 dipendenti, contro i 219 del 2015, e dichiarava un fatturato equivalente a 113,7 milioni di euro. Secondo rilevazioni di Frost & Sullivan, nello stesso anno si collocava al terzo posto sul mercato cinese delle trasmissioni per trattori superiori a 200 cavalli, oltre a occupare posizioni di rilievo nella componentistica per macchine da costruzione. Negli ultimi cinque anni la collaborazione tra i centri di ricerca cinesi e quelli del gruppo ha portato al lancio di circa 30 nuovi prodotti.

La Cina non è quindi soltanto un mercato di sbocco, ma una piattaforma di progettazione e produzione. Un modello che potrebbe acquistare ulteriore visibilità finanziaria: lo scorso Carraro ha depositato presso la Borsa di Hong Kong il prospetto informativo relativo alla richiesta di quotazione della controllata cinese. Un'operazione che, una volta completata, aprirà un nuovo capitolo nella valorizzazione delle attività asiatiche del gruppo.

La sfida dell'elettrificazione

Anche per SDF la Cina è diventata un laboratorio tecnologico. Il gruppo di Treviglio dispone di uno stabilimento a Linshu, nella provincia dello Shandong, ma nel gennaio 2026 ha inaugurato un nuovo Competence Centre a Shanghai dedicato allo sviluppo delle piattaforme elettriche. L'obiettivo è integrare le competenze dei tecnici locali con quelle dei centri di ricerca europei, accelerando l'innovazione nei trattori specializzati. «L'inaugurazione del nuovo Competence Centre a Shanghai rappresenta un investimento strategico per il futuro di SDF», ha spiegato l'amministratore delegato Lodovico Bussolati, sottolineando l'importanza di valorizzare le competenze locali e rafforzare lo sviluppo di soluzioni legate all'elettrificazione.

La scelta di Shanghai risponde a una precisa logica industriale: avvicinarsi all'ecosistema cinese delle batterie, dell'elettronica di potenza e della mobilità elettrica. Un patrimonio tecnologico che può essere trasferito, con gli opportuni adattamenti, anche alle macchine agricole. Il percorso, tuttavia, non sarà uniforme. Carraro evidenzia come i trattori di elevata potenza richiedano autonomia e capacità energetiche che le attuali batterie non riescono ancora a garantire a costi economicamente sostenibili. Le prime applicazioni potrebbero quindi concentrarsi sulle macchine specializzate e sulle attività con cicli operativi più prevedibili, mentre per i grandi trattori la transizione richiederà tempi più lunghi.

A sostenere il mercato è la strategia industriale di Pechino. Il piano nazionale per la smart agriculture 2024-2028 prevede che entro la fine del 2026 il tasso di informatizzazione della produzione agricola superi il 30%, per arrivare oltre il 32% nel 2028. Il programma comprende macchine a guida satellitare, irrigazione di precisione, allevamenti intelligenti, intelligenza artificiale e piattaforme di gestione dei dati. Il nuovo piano per lo sviluppo digitale delle aree rurali 2026-2030, pubblicato a settembre, rafforza ulteriormente questa impostazione, indicando tra le priorità robot agricoli, sensori, algoritmi, intelligenza artificiale e macchinari ad alta precisione.

Per le imprese italiane si apre così un mercato che va ben oltre la vendita del singolo trattore. Maschio Gaspardo, per esempio, dispone di uno stabilimento e di una filiale commerciale a Qingdao, dove dal 2005 sviluppa attrezzature per il mercato locale. La società padovana produce in Cina seminatrici, zappatrici e trinciatrici destinate anche agli altri mercati dell'Estremo Oriente. La sua esperienza dimostra come la localizzazione possa diventare uno strumento per adattare le tecnologie italiane alle caratteristiche dell'agricoltura asiatica.

 Una seconda direttrice

La necessità di aumentare le rese agricole riducendo consumi idrici ed energetici crea opportunità per i produttori italiani di sistemi irrigui avanzati. Irritec, gruppo siciliano specializzato nella microirrigazione, ha sviluppato la linea Commander, che consente di controllare a distanza irrigazione e fertirrigazione, regolando anche pH e conducibilità elettrica. Farmfront propone invece sistemi irrigui automatizzati e piattaforme digitali per la gestione degli impianti. Si tratta di tecnologie coerenti con le priorità cinesi, anche se attualmente è solo Farmfront a esportare in Cina attraverso una rete di distributori locali.

Più diretta è la presenza italiana nella zootecnia intelligente. Officine Facco, azienda padovana specializzata negli impianti avicoli, ha costituito nel 2024 Facco Technology Hebei, joint venture controllata dall'impresa italiana con sede a Handan. La struttura, annunciata con oltre 100 addetti, produce impianti chiavi in mano per il mercato asiatico, integrando tecnologie Smart Farm per il controllo remoto degli allevamenti. Un modello che permette di monitorare alimentazione, climatizzazione e condizioni operative, aumentando il controllo sui processi produttivi.

Nella filiera lattiero-casearia opera invece InterPuls, società di Albinea, nel Reggiano, appartenente al gruppo internazionale milkrite | InterPuls e presente anche a Shanghai. Le sue tecnologie per la mungitura e la misurazione elettronica del latte si inseriscono nel processo di digitalizzazione delle grandi aziende zootecniche cinesi.

Completano il panorama imprese come Faresin Industries e Sgariboldi, attive nell'alimentazione di precisione degli allevamenti, e realtà specializzate nell'automazione delle serre e nella sensoristica agricola, tra cui Idromeccanica Lucchini e Netsens. Per queste aziende la Cina rappresenta un mercato da approfondire, senza che ciò implichi necessariamente una presenza commerciale già consolidata.

Le esperienze di Carraro e SDF indicano una possibile evoluzione del modello industriale: non limitarsi a esportare dall'Italia, ma utilizzare la Cina come piattaforma tecnologica e produttiva, mantenendo un collegamento stretto con la ricerca europea. La partita della smart agriculture cinese, insomma, non si giocherà soltanto sulla quantità di trattori venduti. Si giocherà sempre più sul valore della tecnologia incorporata in ogni macchina, impianto irriguo o allevamento. Ed è proprio in questa componente ad alta specializzazione che il Made in Italy può cercare nuove opportunità di crescita. (riproduzione riservata)


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