Lo stock complessivo di investimenti esteri (Ide) in Cina ha raggiunto 26.800 miliardi di yuan (circa 3.980 miliardi di dollari). Questa imponente cifra posiziona il Paese saldamente al secondo posto a livello globale per investimenti accumulati, coronando sei anni consecutivi di crescita, secondo dati del Ministero del Commerio.
A testimonianza della fiducia a lungo termine delle imprese estere, il margine di profitto medio delle 461.000 aziende a capitale straniero attive nel Paese si è attestato all'8,7%, superando nel settore manifatturiero le performance delle stesse imprese locali.
Nel 2025, le imprese a capitale straniero hanno rappresentato un terzo del commercio totale di merci della Cina e un settimo delle entrate fiscali del Paese. Hanno inoltre garantito una media di oltre 30 milioni di posti di lavoro all'anno negli ultimi cinque anni, ha precisato il ministero.
Tuttavia, guardando ai flussi annuali più recenti, la vetta del podio mondiale resta saldamente occupata dagli Stati Uniti, che si confermano la prima destinazione assoluta con 277,3 miliardi di dollari attratti nell'ultimo anno, con la Cina al secondo posto con 222,2 miliardi di dollari (di cui 116 miliardi investiti su Hong Kong).
Per rispondere alla parziale flessione dei flussi nei settori industriali tradizionali, Pechino ha impresso una forte accelerazione sul comparto dell'innovazione. Le industrie high-tech sono diventate il vero motore degli investimenti esteri in Cina, registrando un balzo del +35,1% su base annua per raggiungere i 200,26 miliardi di yuan, circa 30 miliardi di dollari, nei primi otto mesi di quest'anno.
Per stabilizzare questo flusso e attirare capitale ad altissimo valore aggiunto, il governo cinese ha varato riforme strutturali, tra cui un piano d'azione in 15 misure volto a semplificare l'accesso al mercato e una revisione del Catalogo delle Industrie Incoraggiate, che agevola i progetti legati a semiconduttori, intelligenza artificiale e manifattura avanzata.
Il primato tecnologico della Cina non è però privo di sfide. Nel contesto asiatico si fa sempre più serrata la competizione con il blocco Asean e l'India.
Sfruttando la strategia aziendale del "China+1" – l'esigenza delle multinazionali occidentali e asiatiche di non dipendere esclusivamente dalle fabbriche cinesi – paesi come Singapore, Vietnam e Malaysia stanno vivendo una vera e propria età dell'oro.
Singapore si è imposta come il primo hub finanziario dell'Asia (con oltre 150 miliardi di dollari di flussi annuali), intercettando i capitali destinati alle infrastrutture digitali e ai data center della regione. Parallelamente, la Malesia e il Vietnam attraggono investimenti miliardari per l'assemblaggio di chip e componentistica tech, mentre l'India ha fatto segnare un balzo del +44% nei flussi in ingresso, ponendosi come l'alternativa di scala più temibile sul lungo periodo.
La mappa globale degli investimenti delinea così un futuro multipolare: la Cina rimane un ecosistema insostituibile per profitti e capacità industriale avanzata, ma l'Asia del Sud e del Sud-est corrono velocemente per diventarne i nuovi, centrali co-protagonisti. (riproduzione riservata)