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Industria

Changzhou chiama pmi italiane, c'è un parco attrezzato per loro

Il prossimo maggio la zona di Changzhou attiverà sessioni dedicate alle aziende italiane interessate a valutare l’ingresso nel China-Italy (Changzhou) Smart Manufacturing Park, che presenta un formato pensato per quelle pmi che vogliono un insediamento graduale in Cina, con investimenti iniziali limitati


22/04/2026 13:50

di Giovanni Pisacane *

settimanale

La missione del Ministro degli esteri, Antonio Tajani, in Cina, tra il 16 e il 18 aprile scorsi, ha rimesso l'accento sull'importanza della presenza industriale italiana in Cina. Le oltre 1.500 imprese, con 130.000 addetti, svbiluppano un fatturato aggregato di circa 33 miliardi di euro, che si somma a un interscambio bilaterale che nel 2025 ha sfiorato i 75 miliardi.

A Shanghai, nell’incontro con la comunità imprenditoriale, il Ministro ha confermato la strategia di sostegno all’export e ha assistito alla firma di intese tra Sace e partner cinesi per un valore complessivo di 360 milioni di euro, con priorità su transizione energetica, meccanica avanzata, agroalimentare e tecnologie a basso impatto ambientale. Il messaggio è stato chiaro: il commitment industriale italiano in Cina resta strutturale. 

Ora la fase di consolidamento e crescita di questi investimenti italiani in Cina dovrà necessariamente passare dai territori e dai rapporti con le amministrazioni locali che promuovono i nuovi insediamenti. In questo contesto l'esempio del China-Italy (Changzhou) Smart Manufacturing Park assume un significato che va oltre la promozione di una nuova zona industriale.

Nato dalla cooperazione tra la Camera di Commercio Italiana in Cina e il comitato di gestione della Hua Luogeng High-tech Zone, nel distretto di Jintan, è diventato il secondo parco della Camera in Jiangsu, una delle regioni più dinamiche sulla costa orientale della Cina, poco a nord di Shanghai.

La prima fase è stata completata a fine 2024 e l’inaugurazione ufficiale si è tenuta in giugno dello scorso anno, in concomitanza della quarta edizione del Changzhou Business Forum. L’elemento nuovo, più che la nascita del progetto in sé, sta nell’approccio che oggi sembra esprimere.

Per molto tempo il dialogo economico con la Cina è stato interpretato attraverso categorie piuttosto rigide: produzione, stabilimenti, grandi insediamenti industriali, dimensione dell’investimento. Una logica coerente con una determinata fase dello sviluppo economico cinese, ma solo in parte compatibile con la struttura del sistema imprenditoriale italiano, fondato in larga misura su piccole e medie imprese, specializzazione tecnica, filiere integrate e servizi ad alto valore aggiunto.

Il caso di Changzhou è interessante proprio perché sembra prestarsi a una lettura diversa. Non soltanto luogo di insediamento produttivo, ma piattaforma più ampia, potenzialmente capace di offrire spazio anche a realtà che non coincidono con la fabbrica in senso stretto: trading company, società di sourcing, servizi tecnici, engineering, controllo qualità, recruiting, sviluppo commerciale, ricerca partner e fornitori.

Sono attività che spesso determinano il successo di un progetto industriale, pur restando ai margini della narrazione tradizionale sull’investimento estero. I primi insediamenti confermano questa lettura: oltre al Changzhou Center della Camera di Commercio Italiana, hanno firmato l’ingresso Main Tech, azienda italiana di sistemi per materiali compositi, l’Associazione italiana per la promozione dell’export di alimenti e mangimi verso la Cina, e una piattaforma di import del food italiano. Non un’unica fabbrica, ma una composizione di produzione, servizi, trading e rappresentanza di filiera.

Il rapporto tra Changzhou e l’Italia, del resto, risale al gemellaggio con Prato nel 1987 e nel corso degli anni la città ha attratto circa trenta imprese italiane, in settori che vanno dalla meccanica al tessile, passando per l’automotive. A questo si aggiunge un elemento di contesto che rafforza il quadro: Changzhou è, ad oggi, la città cinese con il maggior numero di parchi di cooperazione internazionale a livello provinciale — con Israele, Germania, Svizzera, Giappone e due parchi europei — e l’Italia si inserisce adesso in un sistema consolidato. Non un esperimento isolato, dunque, ma l’estensione di un metodo rodato.

Proprio per dare concretezza alla fase operativa, dal mese di maggio la zona di Changzhou attiverà sessioni dedicate alle aziende italiane interessate a valutare l’ingresso nel Parco. Un formato pensato per presentare infrastruttura, incentivi, filiere locali e modalità di insediamento graduale. È il passaggio dal piano della narrazione a quello dell’operatività: per le pmi italiane significa poter conoscere direttamente un ambiente già predisposto ad accoglierle, senza doversi misurare fin dall’inizio con una logica di investimento sproporzionata rispetto alla propria scala dimensionale.

È qui che il richiamo allo “sviluppo sostenibile” acquista un significato più concreto. Non solo sostenibilità ambientale o innovazione tecnologica, ma sostenibilità economica e organizzativa dell’ingresso nel mercato. Per una pmi, sostenibile significa poter sviluppare relazioni, clienti, fornitori e presenza locale con una struttura più leggera senza rinunciare all’efficacia, avendo accesso a un ecosistema in cui la crescita possa avvenire per fasi.

La vera novità del Parco Sino-Italiano di Changzhou, in questo senso, non è tanto la sua esistenza, quanto il fatto che possa essere letto come il segnale di un cambio di mentalità: meno centralità esclusiva della grande manifattura, maggiore attenzione alle pmi, ai servizi e a un’idea di cooperazione economica più vicina alla realtà delle imprese italiane. (riproduzione riservata)

* Managing partner GWA Law, Tax & Accounting, Shanghai


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