MENU
Politica

I cinesi ora vogliono investire in Europa, le opportunità per l'Italia

Mentre i flussi di capitale in entrata verso la Cina si riducono, quelli cinesi che escono verso l’estero continuano a crescere, segnalando una reale trasformazione nel ruolo globale del paese: da polo attrattivo di capitale internazionale a origine di investimenti strategici globali. Ecco che cosa significa per le imprese


30/01/2026 10:36

di Giovanni Pisacane*

settimanale
Giovanni Pisacane, managing partner e socio fondatore di Gwa

Nel dibattito europeo sulla Cina la geopolitica tende a imporsi come chiave di lettura dominante. Rischio, dipendenza, esposizione strategica sono diventate parole ricorrenti, spesso utilizzate per giustificare un approccio prudente, quando non apertamente rinunciatario. Questa impostazione, pur comprensibile alla luce delle tensioni internazionali, rischia tuttavia di oscurare un dato strutturale: la competizione globale sull’innovazione passa oggi inevitabilmente dalla Cina, e la Cina stessa sta accelerando con decisione la propria proiezione industriale all’estero.

Per molte imprese italiane – in particolare nei settori ad alta tecnologia – non essere presenti in Cina non significa soltanto rinunciare a un mercato rilevante, ma collocarsi fuori dai principali flussi globali di investimento, partnership industriali e sviluppo tecnologico. La Cina non è più soltanto un mercato di sbocco o una piattaforma produttiva: è diventata uno dei principali motori mondiali di capitale industriale.

Negli ultimi anni le imprese cinesi hanno vissuto una trasformazione profonda. Da operatori prevalentemente concentrati sul mercato domestico, si sono evolute in investitori industriali globali, attivi in Europa, nel Sud-Est asiatico, in Medio Oriente e in America Latina. L’obiettivo non è più la semplice acquisizione finanziaria o l’accesso a nuovi mercati, ma l’integrazione in catene del valore globali attraverso tecnologie, competenze industriali, marchi e reti commerciali consolidate.

I dati più recenti mostrano un fenomeno di grande interesse strategico: nonostante il calo complessivo degli investimenti diretti esteri (FDI) in Cina – diminuiti di circa il 9,5% nel 2025 a circa 747,7 miliardi di yuan (circa 107 mld USD), segnando il terzo anno consecutivo di contrazione degli IDE nel paese – l’orientamento verso gli investimenti cinesi all'estero resta solido e in crescita in valore assoluto.

Secondo i dati più aggiornati, nel corso del 2025 gli investimenti diretti cinesi all’estero hanno superato i 174 miliardi di dollari, con una crescita di oltre il 7% rispetto all’anno precedente, riflettendo la volontà delle imprese cinesi di espandersi nonostante i venti contrari del contesto globale.

Questa dinamica riflette un profilo sempre più sofisticato dell’ODI cinese: secondo il China Briefing Odi (outbound direct investment) Tracker, nei primi dieci mesi del 2025 gli investimenti diretti all'estero hanno raggiunto oltre 1.033 miliardi di yuan (più di 144 miliardi di dollari), coinvolgendo migliaia di imprese e coprendo oltre 150 paesi e regioni nel mondo.

In altre parole, mentre alcuni flussi in entrata verso la Cina si riducono, i capitali cinesi che escono verso l’estero continuano a crescere, segnalando una reale trasformazione nel ruolo globale della Cina: da polo attrattivo di capitale internazionale a origine di investimenti strategici globali.

In questo scenario, per un’azienda tecnologica italiana la presenza in Cina assume una duplice valenza. Da un lato consente di competere nel mercato più sfidante al mondo, dove velocità di esecuzione, capacità di scala e intensità dell’innovazione rappresentano fattori discriminanti. Dall’altro permette di posizionarsi come interlocutore credibile per imprese cinesi che guardano all’estero e cercano partner industriali, non semplici fornitori.

Sempre più spesso, infatti, gli investitori cinesi non cercano più esclusivamente asset finanziari, ma piattaforme tecnologiche ben definite, competenze ingegneristiche e integrazione nelle catene globali del valore. Una presenza locale – industriale, commerciale o di ricerca e sviluppo – aumenta in modo significativo la visibilità presso potenziali investitori cinesi, rafforza la capacità di attrarre capitale industriale e rende concretamente negoziabili joint venture e partnership bilanciate.

Al contrario, chi resta fuori dal mercato cinese spesso incontra l’investitore cinese solo in una fase avanzata del processo, quando il margine negoziale è già fortemente ridotto. L’incontro tra innovazione italiana e outbound cinese è particolarmente evidente in alcuni comparti chiave. Nell’automazione, nei macchinari e nella manifattura avanzata, le imprese cinesi cercano tecnologie di nicchia, know-how ingegneristico e capacità di customizzazione industriale.

In questi ambiti l’Italia mantiene un vantaggio competitivo reale, ma solo se è presente nel dialogo industriale cinese e partecipa agli ecosistemi locali. Lo stesso vale per l’energia, le batterie e la transizione industriale, dove i grandi gruppi cinesi stanno investendo all’estero in impianti produttivi, joint venture tecnologiche e piattaforme industriali integrate. Le imprese italiane già operative in Cina si trovano in una posizione privilegiata per intercettare questi flussi e trasformarli in opportunità di crescita.

Un aspetto cruciale in questo contesto è la governance degli investimenti e, in Europa, strumenti come il Golden Power assumono un ruolo delicato ma centrale. L’approccio europeo di screening degli investimenti, incluso il Golden Power italiano, non è un ostacolo da eludere, ma una componente che consente di distinguere tecnologie e settori sensibili da quelli in cui la collaborazione industriale è possibile e produttiva.

Il Golden Power non blocca in quanto tale gli investimenti esteri; disciplina le condizioni nei settori considerati strategici per tutelare competenze, sicurezza e infrastrutture critiche senza pregiudicare la cooperazione tecnologica nei comparti industriali avanzati. Per le imprese italiane, conoscere e integrare i meccanismi di compliance e screening nei progetti di investimento non solo riduce il rischio di blocchi o rinegoziazioni tardive, ma aumenta anche la credibilità negoziale nei confronti di partner cinesi.

Strutturare accordi con governance robusta, protezione del know-how e chiari diritti di controllo permette di trasformare potenziali vincoli regolatori in leve di fiducia reciproca, offrendo un terreno di confronto più solido e meno soggetto a contestazioni. Alla luce di queste dinamiche, investire in Cina assume una funzione ulteriore: intercettare e governare i flussi outbound cinesi anziché subirli passivamente.

Le imprese italiane presenti in Cina comprendono meglio le logiche industriali dei partner locali, costruiscono relazioni di fiducia di lungo periodo e possono strutturare partnership nella fase in cui il valore industriale è ancora da creare, non quando è già stato in gran parte estratto. Nel contesto geopolitico attuale, investire in Cina non può essere una scelta improvvisata. Richiede strategia, governance e capacità di lettura regolatoria. Ma evitare la Cina per principio equivale spesso a rinunciare a una parte crescente dell’ecosistema globale dell’innovazione.

Per molte imprese italiane la Cina rappresenta oggi un laboratorio di innovazione accelerata, un mercato in grado di finanziare lo sviluppo tecnologico e un punto di accesso privilegiato ai capitali e ai partner industriali cinesi in espansione globale. La fase attuale impone quindi un cambio di mentalità: dalla presenza difensiva a una presenza strategica. Non più semplice esportazione o presidio commerciale minimale, ma presenza industriale selettiva, strutture tecnologiche locali e un approccio avanzato alla compliance e alla governance. Solo così è possibile proteggere il valore creato, restare competitivi e dialogare da pari con partner cinesi sempre più attivi sui mercati globali.

Nel nuovo scenario internazionale la Cina è diventata uno snodo bidirezionale: luogo in cui si compete e si innova, ma anche origine di capitali e investimenti industriali verso l’estero. Per le aziende italiane ad alta tecnologia, investire oggi in Cina significa restare dentro questo snodo e governarne le dinamiche, anziché subirle dall’esterno. (riproduzione riservata)

* socio fondatore e managing partner di Gwa - Asia


Chiudi finestra
Accedi