Le restrizioni alle esportazioni imposte dalla Cina si sono rivelate una delle sfide più urgenti per le aziende europee (e non solo) che operano nel Paese. Nell'aprile del 2025, la Cina ha introdotto controlli sull'esportazione di elementi delle terre rare (REE) verso tutti i Paesi, apparentemente come ritorsione contro i dazi doganali imposti dagli Stati Uniti in occasione del "Giorno della Liberazione".
L'iniziale perturbazione causata da tali misure ha messo a dura prova alcune catene di approvvigionamento globali, con numerose aziende associate alla Camera di Commercio Europea che ne hanno subito le conseguenze. Per capire come siamo arrivati a questo punto, vale la pena fare un passo indietro.
I controlli sulle esportazioni non sono una novità. Gli Stati Uniti ne hanno gettato le basi oltre un secolo fa con il Trading with the Enemy Act del 1917, stabilendo il principio secondo cui gli Stati possono limitare l'accesso a beni e tecnologie che potrebbero essere utilizzati contro i loro interessi. Nel tempo, questi controlli si sono evoluti in uno strumento centrale in termini di politica di sicurezza nazionale, volto principalmente a prevenire la proliferazione di armi e tecnologie sensibili.
Per la Cina, il regime di controllo delle esportazioni si è sviluppato in gran parte in funzione degli impegni internazionali. Ad esempio, il primo utilizzo di controlli sulle esportazioni risale al 1995 con il Regolamento sull'amministrazione delle sostanze chimiche controllate. Nel corso degli anni 2000, la Cina ha ampliato il proprio regime di controllo delle esportazioni attraverso l'introduzione di diverse normative che disciplinano varie categorie di armi, molte delle quali l'hanno allineata agli standard internazionali per la prevenzione della proliferazione di determinate armi.
Solo nel 2020 il Paese ha approvato la Legge sul controllo delle esportazioni, consolidando un sistema precedentemente frammentato in un regime giuridico unificato. L'introduzione di una normativa completa sui beni a duplice uso nel dicembre 2024 ha segnato un ulteriore passo verso un sistema più strutturato e applicabile.
Gli Stati Uniti hanno indubbiamente svolto un ruolo di primo piano nella corsa a riorientare i controlli sulle esportazioni verso obiettivi strategici. Misure come le restrizioni imposte a Huawei nel 2019 hanno segnato una svolta decisiva, andando oltre le tradizionali preoccupazioni di sicurezza e coniugando sicurezza nazionale e competizione economica e tecnologica. Sotto le amministrazioni che si sono succedute, i controlli sulle esportazioni sono diventati uno strumento strategico, non solo difensivo.
Anche l'Unione Europea si sta muovendo in questa direzione, seppur con maggiore cautela. Il suo quadro di sicurezza economica emergente prevede controlli più rigorosi sulle esportazioni per contrastare le «azioni ostili che strumentalizzano le interdipendenze». Tuttavia, Bruxelles rimane impegnata, almeno per ora, a favore di un ordine commerciale basato sulle regole. Il suo approccio probabilmente rimarrà misurato, nel tentativo di bilanciare le preoccupazioni per la sicurezza con l'apertura economica.
Questa distinzione è importante, soprattutto per la Cina. In quanto uno dei principali partner commerciali della Cina, l'UE rappresenta una fonte di stabilità economica a lungo termine. In un momento in cui gli Stati Uniti sono sempre più propensi a utilizzare gli strumenti economici come arma, mantenere un rapporto prevedibile e di cooperazione con l'Europa è nell'interesse stesso della Cina.
Tuttavia, le politiche attuali rischiano di compromettere tale rapporto. In alcuni casi, le aziende europee segnalano di essere state colpite più negativamente dai controlli sulle esportazioni cinesi rispetto alle loro controparti americane: una dinamica che rischia di erodere la fiducia e di accelerare la diversificazione al di fuori della Cina.
I recenti sviluppi non fanno che accrescere queste preoccupazioni. Il Regolamento cinese per contrastare l'indebita giurisdizione extraterritoriale da parte di Stati stranieri (il "Regolamento"), pubblicato il 13 aprile, è concepito come uno strumento difensivo per la Cina, volto a proteggere i suoi interessi dalle disposizioni extraterritoriali emanate da Stati stranieri.
Tuttavia, esso afferma esplicitamente anche la capacità della Cina di applicare tali disposizioni. Insieme alle norme sul controllo extraterritoriale delle esportazioni, originariamente annunciate il 9 ottobre 2025 e la cui entrata in vigore è prevista per il 10 novembre 2026, ciò introduce un ulteriore elemento di incertezza per le imprese globali, già impegnate in un contesto normativo complesso.
Per l'UE, questo calcolo sta diventando sempre più difficile da ignorare. Se l'adesione a un approccio basato su regole comporta costi sproporzionati, l'incentivo a cercare alternative non potrà che aumentare. Già un'indagine lampo condotta dalla Camera di Commercio Europea nel novembre 2025 ha rilevato che un terzo delle imprese interessate stava valutando la possibilità di ridurre le forniture provenienti dalla Cina.
Nessuno di questi elementi suggerisce che i controlli sulle esportazioni siano intrinsecamente problematici. Se usati con giudizio, rimangono uno strumento fondamentale per limitare la proliferazione delle armi e ridurre il rischio di conflitti. Il problema risiede nel loro ruolo sempre più ampio come strumenti di strategia economica. Se usati in modo eccessivo o applicato in modo imprevedibile, iniziano a erodere proprio quell'interdipendenza che ha sostenuto decenni di crescita globale.
La Cina si trova ora di fronte a una scelta cruciale. Può adottare misure per garantire che il suo regime di controllo delle esportazioni sia meno dirompente, consentendo alla globalizzazione di continuare a funzionare, oppure può permettere che i controlli sulle esportazioni smantellino l'interdipendenza economica globale reciprocamente vantaggiosa.
I benefici della globalizzazione per lo sviluppo della Cina sono innegabili. Preservarli richiederà moderazione, chiarezza e un rinnovato impegno alla cooperazione, prima che i segnali di allarme di oggi si trasformino in cambiamenti irreversibili domani. (riproduzione riservata)
* vicepresidente nazionale della Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina, managing partner di D’Andrea & Partners Legal Counsel