La proposta cinese di confinare le attività di Pirelli finite nel mirino delle autorità statunitensi in un veicolo totalmente controllato dagli italiani viene vista con attenzione e favore dal governo Meloni. È questa l'indicazione di base che emerge da alcuni fonti consultate da MF-Milano Finanza, a proposito della riunione del Comitato Golden Power che già questa settimana ha cominciato ad esaminare la questione della governance del colosso dei pneumatici dopo la rottura tra il medesimo e Sinochem.
Il problema è che invece dal fronte della holding di Marco Tronchetti Provera non emerge affatto questa apertura al ramoscello d'ulivo offerto dal suo principale azionista, finito nel mirino dell'amministrazione americana che minaccia di estromettere Pirelli da tutto il mercato statunitense. In particolare lunedì 26 la China National Tire & Rubber Corporation (Cnrc) ha precisato «di aver presentato una soluzione strutturata e sostenuta da solide motivazioni, basata su strumenti societari tipici e di ampio utilizzo, in linea con le migliori prassi internazionali, con l'obiettivo di risolvere sia il quadro di governance di Pirelli sia le eventuali criticità connesse ai requisiti regolamentari statunitensi». La società ha perciò auspicato che tale proposta costruttiva' possa essere valutata in modo neutrale con un reale spirito di cooperazione, in modo da sostenere «ogni processo di valutazione istituzionale, trasparente e fondato su fatti». Ma questa offerta di mediazione alla controversia, che viene ritenuta adatta al caso da palazzo Chigi, è al momento respinta dalla controparte italiana. Cosa non va? La holding guidata da Marco Tronchetti Provera è stata chiara nel bocciare l'idea di confinare in un veicolo tutto italiano la quota di controllo dell'azienda a trazione Sinochem, perché «sarebbe pregiudizievole per il modello di business di Pirelli e per lo sviluppo tecnologico della società». Inoltre tale proposta non consentirebbe a Pirelli, in ogni caso, «di essere in linea con la normativa americana sui veicoli connessi». Insomma, per l'Italia la proposta cinese basterebbe mentre per l'amministrazione di Donald Trump no. Occorre quindi un nuovo azionista forte di Pirelli, che al momento non è alle viste ma che sicuramente, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, non sarà la Cassa Depositi e Prestiti.
Le parti possono trovare un punto di incontro? Al momento appare difficile. I cinesi, da una parte, secondo quanto rivelato ieri da questo giornale, hanno proposto la segregazione delle attività soggette alla normativa Usa in una controllata al 100% di Pirelli interamente guidata da manager espressione di Camfin. Ma Camfin, dall'altra, ha comunicato di aver avanzato una proposta di tenore diverso e nell'interesse di tutti gli stakeholders e della società, e che avrebbe permesso a Pirelli di allinearsi con certezza alla normativa Usa, anche se ha ribadito di non chiudere la porta a soluzioni che siano nell'interesse della società, del mercato e di tutti gli stakeholders. Il caso appare dunque di difficile soluzione perché il governo italiano dovrebbe prendere una decisione che va oltre i suoi diretti interessi e abbracciare in toto quelli dell'amministrazione americana.
I problemi tra il fronte italiano e gli azionisti cinesi hanno origine nel 2022, quando erano iniziate le interferenze di Sinochem dopo la fusione avvenuta con ChemChina nell'aprile 2021. Tanto che nel giugno 2023 erano arrivate le prescrizioni del golden power dopo il rinnovo del patto parasociale tra Camfin e Sinochem, considerando di importanza strategica nazionale il sistema software e hardware proprietario CyberTyre di Pirelli con l'obiettivo di proteggere la tecnologia e i dati raccolti e garantire l'autonomia gestionale del gruppo della Bicocca. Nel 2025 sono poi arrivati altri due fronti: la spaccatura del board e dell'assemblea sul tema del controllo cinese, dichiarato concluso dalla maggioranza del cda e dell'assise, nonostante il parere contrario della stessa Sinochem. Il cuore del problema per Pirelli è il rischio di blocco del mercato Usa (che vale il 20% dei ricavi) a partire da marzo 2026 per la tecnologia Cybertyre a causa della nuova norma statunitense che vieta la vendita di veicoli connessi da parte di produttori di proprietà o controllati dalla Cina e di veicoli che utilizzano il loro software o componenti rilevanti. Alla premier Giorgia Meloni e allo staff del Comitato Golden Power, coordinato con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il difficile compito di salvaguardare sia gli interessi italiani che quelli dell'alleato americano. (riproduzione riservata)