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Politica

Dalla Cina per il mondo, un nuovo modello per chi opera Oltremuraglia

Il 56% delle imprese europee sta aumentando ulteriormente la propria presenza produttiva nel Dragone. Ma onshoring non significa necessariamente costruire più stabilimenti nel Paese, può anche significare una maggiore dipendenza da fornitori cinesi. Ed è qui che emerge un paradosso e una domanda: quale valore genera questa presenza?


05/10/2026 14:55

di Carlo Diego D'Andrea*

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Carlo Diego D'Andrea, vicepresidente della Camera di commercio europea in Cina

Per molti anni, una parte importante dell’attrattiva della Cina è stata legata soprattutto alle dimensioni e alla rapida crescita del suo mercato, oltre che ai rendimenti che le imprese potevano ottenere. In molti casi è ancora così. Ma oggi, sempre più, ciò che rende la Cina difficile da sostituire è la sua posizione all’interno delle catene globali del valore.

La Cina rappresenta oggi circa il 17% della popolazione mondiale, il 13% dei consumi globali, il 30% della produzione manifatturiera mondiale e il 39% delle esportazioni globali.

Alla fine del 2025, la Cina rappresentava inoltre circa il 37,5% dei container esportati a livello globale, una quota salita a circa il 39% quest’anno. Anche gli scambi commerciali tra Cina e Unione Europea continuano a crescere: per quest’anno viene indicato un incremento del 18,5%, mentre le esportazioni cinesi di container verso l’Europa sono aumentate di circa il 14,2%.

Fino alla crisi del Covid-19, le imprese europee consideravano la Cina soprattutto come una grande fonte di domanda. In molti settori, il mercato cinese rappresentava una quota significativa degli utili globali. La crescita dell’economia cinese e della domanda interna contribuiva, in sostanza, ad ingrandire la torta per tutti. Oggi la dinamica sta cambiando. La crescita della capacità manifatturiera cinese sta superando quella che il mercato interno è in grado di assorbire. La Cina è quindi diventata sempre più un grande assorbitore della domanda globale, facendo sì che, in un certo senso, la torta disponibile per gli altri si riduca.

L’enorme surplus cinese non rappresenta peraltro un problema soltanto per l’Europa, ma è una questione che riguarda un numero crescente di economie. Nel 2019, per ogni container che dall’Europa arrivava in Cina, 2,5 container tornavano indietro. Nel 2026 il rapporto è salito a circa 1:6. In Messico, ad esempio, arriva a 1:12.

Naturalmente, rimangono molte questioni concrete da affrontare. La Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina ha formulato 1.096 raccomandazioni attraverso i suoi 33 Working Groups per contribuire a risolverle, ma alla base di molte di queste problematiche rimane un fenomeno sempre più evidente: “l’involution”, ovvero una competizione esasperata, alimentata da un’espansione della capacità produttiva che in alcuni settori cresce più rapidamente della domanda effettiva. E lo stato dell’economia cinese rimane la principale preoccupazione delle nostre aziende associate.

Non è però una questione che riguarda soltanto le imprese europee. È sempre più un problema anche per le aziende cinesi. Oltre il 12% delle imprese in Cina sarebbe costituito da cosiddette “aziende zombie”, cioè società incapaci di far fronte ai propri obblighi relativi agli interessi sul debito: una quota pari a circa il doppio della media globale, che nel settore delle energie rinnovabili arriverebbe fino al 30%.

La concorrenza è positiva quando porta a prodotti migliori a prezzi più competitivi. Il problema nasce quando diventa irrazionale e porta a un’erosione sistematica dei margini, creando condizioni di mercato che non sono sostenibili nel lungo periodo.

È in questo contesto che sta cambiando anche il modo in cui le imprese europee guardano alla Cina. Storicamente, il modello era soprattutto quello “dalla Cina per la Cina”: le aziende venivano in Cina per servire il mercato cinese, attratte dalle sue dimensioni e dalle sue prospettive di crescita. Sempre più spesso, invece, assistiamo a una transizione verso un modello “dalla Cina per il mondo”.

La forza della Cina non risiede infatti soltanto nella domanda interna, ma anche in ciò che il paese può offrire alle catene globali del valore: un ecosistema manifatturiero completo, produttività, affidabilità, velocità, capacità industriali e filiere altamente competitive. In molti settori, oggi, le imprese europee si trovano a interagire con la supply chain cinese, sia competendo con aziende cinesi sia collaborando con fornitori cinesi.

Questo aiuta a spiegare perché il 56% delle imprese starebbe aumentando ulteriormente la propria presenza produttiva in Cina. Ma “onshoring” non significa necessariamente costruire più stabilimenti nel Paese,può anche significare una maggiore dipendenza da fornitori cinesi. Ed è qui che emerge un paradosso. Alle imprese viene chiesto di diversificare e ridurre le dipendenze, ma le aziende continueranno inevitabilmente a seguire gli incentivi economici e la logica del proprio conto economico. Se la diversificazione non è economicamente sostenibile, è difficile aspettarsi che venga perseguita su larga scala.

Per questo la discussione dovrebbe andare oltre la semplice domanda se le imprese europee debbano essere presenti o meno in Cina. La domanda più importante è un’altra: quale valore genera questa presenza?

Se un’impresa europea produce in Cina, svolge attività di ricerca e sviluppo nel Paese, paga le imposte in Cina e poi esporta i propri prodotti verso l’Europa, è sempre più legittimo chiedersi quale valore questa presenza generi per l’Europa.

Perché la relazione rimanga sostenibile nel lungo periodo, è necessario che produca valore su tre livelli: per la Cina, per le imprese europee che operano in Cina e per l’Europa stessa.

Questo significa anche che l’Europa deve interrogarsi su quali capacità industriali intenda mantenere, su come rafforzare la propria resilienza industriale e su come gestire le proprie dipendenze.

Su questo punto esiste una differenza interessante tra Cina ed Europa. La Cina parla da molti anni di autosufficienza e di rafforzamento delle proprie capacità interne, attraverso iniziative come Made in China 2025, la strategia della “dual circulation” e i successivi Piani quinquennali. L’Europa tende invece a parlare di diversificazione.

I due concetti non sono equivalenti. L’autosufficienza punta soprattutto a costruire capacità domestiche. La diversificazione, invece, è più neutrale rispetto ai singoli Paesi: significa evitare un’eccessiva dipendenza disponendo di più fonti di approvvigionamento. Esiste però anche un terreno comune. Entrambe le parti riconoscono sempre più chiaramente l’importanza della sicurezza economica. La sfida ora è trasformare questo riconoscimento in un confronto più sostanziale su quali siano le legittime esigenze di sicurezza economica di entrambe le parti, invece di affrontare ogni singolo dossier attraverso misure tattiche e frammentarie.

In questo contesto, la visita in Cina del Commissario europeo per il Commercio Maroš Šefcovic, prevista per ottobre, sarà particolarmente importante.

La questione centrale non è se Europa e Cina possano continuare a commerciare. È evidente che possono farlo, e che lo stanno già facendo. La vera domanda è se saremo in grado di creare le condizioni affinché questa relazione generi valore sostenibile e maggiore resilienza per entrambe le parti. (riproduzione riservata)

*vicepresidente nazionale della Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina, managing partner di D’Andrea & Partners Legal Counsel


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