Dal Lujiazui Forum arriva un nuovo segnale della strategia cinese per rafforzare il proprio ruolo nella finanza internazionale. Nel corso del principale appuntamento annuale dedicato ai mercati finanziari, svoltosi nei giorni scorsi a Shanghai, le autorità di Pechino hanno annunciato un pacchetto di misure destinato ad accelerare la trasformazione della metropoli nel principale hub finanziario dell'Asia.
Sul palco del Forum è intervenuto anche il governatore della People's Bank of China, Pan Gongsheng, confermando la volontà di proseguire nell'apertura del sistema finanziario e di sostenere lo sviluppo di nuovi strumenti per la finanza offshore, il mercato obbligazionario internazionale e la riassicurazione.
In particolare, la National Financial Regulatory Administration (Nfra) ha presentato una serie di interventi che puntano a rafforzare l'intera infrastruttura finanziaria della città. Il piano prevede il sostegno allo sviluppo della finanza offshore e delle emissioni obbligazionarie offshore nelle aree di libero scambio, con particolare riferimento al distretto di Pudong, dove le banche commerciali potranno partecipare alle operazioni sui cosiddetti free-trade offshore bond, secondo regole di vigilanza che saranno definite a breve.
Le misure comprendono inoltre il potenziamento del ruolo di Shanghai come centro internazionale della riassicurazione e della finanza marittima, il sostegno alla partecipazione degli istituti finanziari alla definizione degli standard internazionali per lo shipping digitale e il trade finance, la promozione della ricerca sulle assicurazioni marittime e di nuove forme di cooperazione internazionale nel settore.
Il pacchetto include anche lo sviluppo di prodotti previdenziali commerciali dedicati al mercato locale, la sperimentazione di trust per i servizi agli anziani, nuovi strumenti di innovazione nel leasing finanziario nella Lingang Special Area della Shanghai Pilot Free Trade Zone e la creazione di una base di ricerca dedicata alla regolamentazione finanziaria digitale e intelligente.
L'intervento va letto in una chiave più ampia. È il tassello più recente di una strategia che punta a rendere Shanghai il principale punto di accesso ai capitali internazionali destinati alla nuova economia cinese. Una strategia che, secondo diversi operatori, sta già producendo effetti concreti.
Nonostante il dibattito occidentale continui a concentrarsi sul "de-risking" e sulle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina, i flussi di capitale raccontano una storia diversa. I grandi investitori istituzionali non stanno abbandonando il mercato cinese; stanno piuttosto modificando le modalità con cui vi investono, privilegiando strutture più sofisticate, partnership locali e fondi regionali dedicati all'Asia-Pacifico.
È questa la conclusione cui giunge anche Jesa Capital, società di advisory con base a Shanghai, nell'analisi presentata durante il workshop "Le fabbriche al buio e oltre: perché la Cina sta ridisegnando il capitalismo industriale globale". Secondo lo studio, il capitale internazionale non si sta ritirando dalla Cina ma sta diventando "meno visibile e più sofisticato", concentrandosi soprattutto nei comparti della tecnologia industriale, dell'intelligenza artificiale, della robotica, delle infrastrutture digitali e dell'healthcare.
I numeri raccolti da Jesa Capital confermano questa tendenza. Nel 2025 EQT BPEA ha chiuso il nuovo Asia Fund IX raccogliendo 15,6 miliardi di dollari, il più grande fondo di private equity mai costituito nell'Asia-Pacifico, con focus su tecnologia industriale e sanità. Blackstone ha raccolto oltre 10 miliardi di dollari per il proprio fondo Asia III, quasi il doppio rispetto al precedente veicolo, mentre Hillhouse Capital ha lanciato un nuovo fondo da circa 8 miliardi destinato soprattutto a operazioni secondarie e co-investimenti.
Il fenomeno va ben oltre questi tre casi. EQT, KKR, CVC, TPG, Carlyle, Bain Capital, Warburg Pincus, Ardian, General Atlantic e Permira mantengono infatti piattaforme dedicate alla Cina e all'Asia-Pacifico, investendo prevalentemente nei settori della tecnologia, dei servizi, dell'healthcare e delle infrastrutture digitali. Anche Blackstone, pur adottando un approccio più selettivo rispetto al passato, continua a considerare la Cina un mercato strategico, privilegiando operazioni con un profilo di rischio più contenuto anziché un vero disimpegno.
Dietro questo ritorno di interesse vi è soprattutto la trasformazione strutturale dell'economia cinese. Se per oltre vent'anni la Repubblica Popolare è stata identificata con il ruolo di "fabbrica del mondo", oggi il Paese punta a diventare il principale laboratorio globale dell'industria avanzata. Robotica, intelligenza artificiale, automazione e integrazione verticale delle filiere costituiscono gli assi portanti della nuova politica industriale.
Secondo i dati raccolti da Jesa Capital, la Cina rappresenta ormai il 54% delle installazioni mondiali di robot industriali, produce oltre il 70% dei veicoli elettrici realizzati a livello globale e controlla il 71% degli ordini mondiali di nuove costruzioni navali. Sul fronte energetico, nel solo 2023 il Paese ha installato una capacità fotovoltaica equivalente a quella aggiunta dall'intero resto del mondo nel 2022.
Sono numeri che spiegano perché il capitale paziente continui a guardare con interesse al mercato cinese. Pension fund, fondi sovrani e grandi operatori di private equity investono infatti con orizzonti temporali di dieci o quindici anni e valutano soprattutto la capacità di un sistema industriale di generare innovazione e leadership tecnologica.
Anche gli investimenti diretti esteri continuano a fornire indicazioni in questa direzione. Volkswagen ha annunciato investimenti per circa 2,5 miliardi di euro nel polo di Hefei dedicato ai veicoli elettrici e alla ricerca e sviluppo; BMW ha destinato altri 2,5 miliardi all'espansione dello stabilimento di Shenyang per la piattaforma Neue Klasse, mentre BASF ha avviato un progetto da 10 miliardi di euro nel Guangdong, uno dei più importanti investimenti industriali mai realizzati dal gruppo tedesco fuori dall'Europa. E nel Lvmh sta rafforzando la propria presenza commerciale nelle principali città cinesi con nuove aperture di flagship store.
Secondo Jesa Capital sta cambiando anche la provenienza del capitale istituzionale. Se alcuni investitori occidentali hanno ridotto la propria esposizione diretta soprattutto per motivazioni geopolitiche, i fondi sovrani del Golfo stanno aumentando la loro presenza. Tra settembre 2023 e il 2024 ADIA, Mubadala, Qatar Investment Authority e Kuwait Investment Authority hanno investito complessivamente circa 9,5 miliardi di dollari in operazioni riconducibili al mercato cinese, privilegiando strumenti come continuation vehicle, fondi secondari e partnership con gestori locali.
Non sorprende quindi che Shanghai sia diventata il principale crocevia della finanza internazionale in Cina. Secondo la ricerca, circa 270 banche e istituzioni finanziarie globali operano oggi nella metropoli, che negli ultimi anni ha visto rafforzare la presenza di operatori come JPMorgan, UBS, HSBC e Mubadala.
Il messaggio che arriva dal Lujiazui Forum è quindi chiaro. Mentre l'Occidente continua a interrogarsi sul grado di esposizione alla Cina, Pechino accelera la costruzione delle proprie infrastrutture finanziarie per attrarre capitale internazionale verso i settori ritenuti strategici: intelligenza artificiale, semiconduttori, robotica, manifattura avanzata, energia e finanza digitale.
La geopolitica continuerà inevitabilmente a influenzare le scelte degli investitori. Tuttavia, osservando i movimenti dei grandi fondi internazionali, emerge come le decisioni di allocazione del capitale seguano soprattutto le prospettive di crescita industriale e tecnologica di lungo periodo. Ed è proprio su questo terreno che la Cina sta cercando di consolidare il proprio vantaggio competitivo, facendo di Shanghai non soltanto una capitale finanziaria, ma il principale punto di incontro tra innovazione industriale e capitale globale. (riproduzione riservata)