Ricomposti parte degli squilibri commerciali sulla scacchiera geoecomica con un certo amaro in bocca per l’Europa e qualche conseguenza a breve per gli Sati Uniti rimangono ancora delle posizioni scoperte e divergenti in attesa di chiarimenti negoziali.
Per il resto il commercio globale si muoverà secondo le direttrici tracciate con una eccezione rappresentata dalla Cina con la quale si è arrivati periodicamente a proroghe trimestrali di uno status che non garantisce ad essa posizioni primarie ma consente uno spazio di manovra nei confronti degli Stati Uniti.
L'attenzione torna ora su altri due argomenti di importanza strategica, quali le terre rare e l’innovazione tecnologica dove l’agone è lasciato al confronto tra le due potenze con l’Europa completamente fuori gioco.
La situazione che si è venuta progressivamente a creare fa tornare con la mente a quando, dal VI secolo a.C., la Cina era stata precursore della maggior parte delle scoperte e delle invenzioni che poi sono trasmigrate nei paesi occidentali.
A illuminare i "corsi e ricorsi della storia” aiuta un libro pubblicato nel 1986, China Land of discovery and invention, in cui l'autore, Robert K.G. Temple, riprende le teorie di un illustre biologo e storico inglese, Joseph Needham.
Needham, agli albori del novecento, aveva studiato le invenzioni cinesi attraverso un gruppo di lavoro cui aveva partecipato una ricercatrice cinese e successivamente aveva soggiornato dal 1942 al 1946 a Chongqing in qualità di addetto scientifico presso il Consolato inglese.
La prima asserzione esplicitata nella tesi di questo libro è che l’agricoltura moderna al pari con la navigazione, l’astronomia, la cartamoneta, la stampa a caratteri mobili, la polvera da sparo, i decimali per non parlare della sella da cavallo sono state scoperte in Cina e trasferite nei secoli a venire in Europa. Sebbene l'elenco non sia esaustivo, queste scoperte rappresentano le fondamenta del progresso europeo.
Nei secoli successivi vi è stata da parte della Cina una specie di sonnolente amnesia che ha portato l’Occidente ed in particolare l’Europa ad attribuirsi queste invenzioni entrando nel continente cinese, soprattutto con i Gesuiti a partire da Matteo Ricci che, nella seconda metà del Cinquecento, avevano introdotto gli elementi di una nuova cultura sia religiosa che tecnica.
Oggi, a distanza di cinque o sei secoli, ci stupiamo che la Cina abbia depositato brevetti e sia ritornata come primo attore in scena in materia di innovazione tecnologica con una duplice finalità: essere al pari o superare gli Stati Uniti non dimenticando che, vivendo il presente come costante tecnologica, l’innovazione vince sempre trasformandosi in rivoluzione tecnologica.
Nel campo della proprietà intellettuale in Cina sono stati depositati nel decennio 2014-2023 riguardo l’Intelligenza artificiale 38.000 brevetti rispetto ai 6.276 depositati dagli Stati Uniti per il medesimo periodo. Complessivamente vi sono altre due milioni di brevetti in Cina che coprono a largo spettro diversi settori a dimostrazione che questa lunga marcia continua indefessa. In particolare, nella sua road map per IA la Cina nei diversi settori si è posta l’obiettivo del suo utilizzo al 70% nel 2027 e oltre il 90% entro il 2030.
Questo target è stato disvelato qualche giorno fa attraverso le linee guida dello State Council, il massimo organo esecutivo della Repubblica popolare, con riferimento alla manifattura, agricoltura e i servizi.
«La strategia ha come obiettivo quella di incrementare la produttività, ridisegnare come l’industria dovrà operare ed accelerare la crescita di una smart economy e di una società volta a considerare la collaborazione tra gli umani e le macchine attraversando con l’integrazione di essi i diversi settori», ha stabilito lo State Council.
Queste ultime linee guida che riprendono quelle del 2015, l’iniziativa Internet Plus, oggi ricomprendono il metaverso, l’aviazione a basso livello altitudinale e l’interazione tra computer e cervello.
Nell’intensificare la rivalità tecnologica con gli Stati Uniti la Cina vuole garantirsi la supremazia nella prossima generazione tecnologica.
Se questo è l’approccio della Cina assumono un valore più profondo le considerazioni che Mario Draghi ha esternato durante il suo intervento al Meeting di Comunione e Liberazione che si è svolto nei giorni scorsi a Rimini: «La seconda dimensione quella tecnologica. Un punto ormai chiaro del modo in cui si sta evolvendo l’economia globale: nessun paese che voglia prosperità e sovranità può permettersi di essere escluso dalle tecnologie critiche», ha sottolineato l'ex presidente del consiglio italiano.
Rimane aperta una questione: possono essere segnati da continuità i due periodi della storia cinese di cui si è accennato? Il fil rouge che li caratterizza è quello dell’avanzamento scientifico e tecnologico; ciò che li differenzia è il contesto storico-politico. A quel tempo la Cina, non avendo mire espansionistiche oltre confine, creava per il proprio impero e durante l’era Ming era propriamente “uno stato confuciano e fisiocratico” come venne definito dallo storico economico C.M Cipolla.
Oggi invece, con lo scenario mondiale in continua evoluzione competitiva, la rivoluzione tecnologica ha assunto i connotati della necessità tanto da far pensare ad un concetto di vantaggio evolutivo, utilizzato normalmente per gli organismi viventi nell’ambito biologico.
Auguriamoci, come scriveva Temple nella sua prefazione che:”Sarebbe molto meglio se le nazioni e le popolazioni del mondo avessero una chiara comprensione reciproca acconsentendo che l’abisso mentale tra Occidente e Oriente venisse superato da un ponte”. (riproduzione riservata)
* corrispondente da Shanghai, dove vive e lavora da 30 anni