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Industria

Le fabbriche "al buio" in Cina impongono un nuovo contratto sociale

Se l'automazione robotica è ineludibile per non perdere competitività, una quota crescente del valore aggiunto verrà prodotta da capitale tecnologico anziché da lavoro umano. Ma chi contribuirà allora al finanziamento del sistema assistenziale di un paese?


05/02/2026 11:29

di Saro Capozzoli*

settimanale
Lavorazioni al buio in Cina

La Cina rappresenta oggi il laboratorio più avanzato della transizione forzata verso un sistema produttivo in cui la carenza di manodopera sarà sempre più un vincolo strutturale. Dopo decenni di abbondanza di forza lavoro, il Paese ha avviato una rapida contrazione della popolazione in età attiva. Nel 2023 e nel 2024 la popolazione cinese è diminuita di oltre due milioni di persone l’anno, mentre il tasso di fertilità si è stabilizzato intorno a 1.0–1.1 figli per donna. Anche in assenza di shock economici, la forza lavoro cinese è destinata a ridursi di decine di milioni di persone entro il 2040.

La risposta industriale è già evidente nei numeri. Nel solo 2023 la Cina ha installato circa 290.000 nuovi robot industriali, oltre il 50 per cento delle installazioni globali. La densità robotica nel manifatturiero ha superato i 390 robot ogni 10.000 lavoratori, più che triplicata in meno di dieci anni e ormai superiore a quella di molti Paesi europei. In settori come automotive, elettronica, logistica e assemblaggio avanzato, la sostituzione di lavoro umano non è una prospettiva futura ma una realtà operativa. In Cina l’automazione non è una scelta opzionale né ideologica, è una risposta obbligata alla scarsità di manodopera.

In Cina ci sono già in innumerevoli fabbriche “al buio” senza la presenza di operatori umani, quindi senza la necessità di illuminazione, e questo fenomeno sarà sempre più diffuso. 

Lo stesso percorso, seppur con tempi più lenti e maggiori resistenze politiche e culturali, è destinato a manifestarsi anche in Europa e in Italia. Le imprese europee incontreranno crescenti difficoltà nel reperire personale, soprattutto nei settori manifatturieri, logistici e dei servizi essenziali. In assenza di automazione, la conseguenza non sarebbe la tutela del lavoro umano, ma una progressiva perdita di capacità produttiva e competitività internazionale. Per questo motivo, robotica, automazione e intelligenza artificiale dovranno essere incentivate, non frenate, se si vuole preservare il livello industriale e tecnologico dei Paesi avanzati.

È qui che emerge il nodo centrale del nuovo contratto sociale. Se una quota crescente del valore aggiunto viene prodotta da capitale tecnologico anziché da lavoro umano, l’attuale sistema contributivo, fondato quasi esclusivamente sui contributi dei lavoratori, diventa strutturalmente insufficiente.

Le proiezioni demografiche indicano che, mantenendo le attuali tendenze, entro la metà degli anni 2030 il rapporto tra contribuenti attivi e pensionati potrebbe avvicinarsi o scendere sotto 1,5 a 1, con scenari che verso il 2040 rischiano di avvicinarsi a 1 a 1. In tali condizioni, il sistema previdenziale a ripartizione entra in una zona di insostenibilità permanente.

In questo spazio si colloca la proposta di riallineare la base contributiva alla nuova struttura della produzione.

Non si tratta di “tassare i robot” in modo ideologico o punitivo, ma di riconoscere che, in un’economia in cui la produttività cresce grazie a macchine, software e algoritmi, una parte del valore generato deve contribuire al finanziamento delle pensioni, della sanità e del welfare umano. Se un sistema automatizzato sostituisce o riduce in modo significativo il fabbisogno di “x” lavoratori, è razionale che una quota del valore economico prodotto venga destinata al sistema sociale che continua a sostenere la collettività.

Questa impostazione consente di superare due false dicotomie che dominano il dibattito pubblico. Da un lato, l’idea che l’automazione distrugga lavoro e debba essere ostacolata; dall’altro, l’illusione che basti aumentare l’immigrazione per preservare il sistema contributivo. Anche adottando politiche migratorie selettive, sul modello canadese o australiano, l’immigrazione difficilmente potrà compensare integralmente un tasso di natalità stabilmente intorno a 1.1–1.2 figli per donna e un rapido invecchiamento della popolazione. L’immigrazione è una leva necessaria, ma non risolutiva.

Per questo una tassazione contributiva dell’automazione non deve essere vista come un freno all’innovazione, ma come complementare agli incentivi tecnologici. Da un lato sostegni a robotica e AI per restare competitivi, dall’altro un contributo sociale progressivo, idealmente armonizzato a livello europeo, a sostegno di pensioni, sanità e riqualificazione del lavoro.

Il fattore tempo è cruciale, rinviare oggi una revisione della base contributiva significa aumentare i costi economici e sociali domani. La vera sfida non è se l’automazione avanzerà, ma come governarla, evitando sia di sacrificare il welfare in nome della competitività, sia di perdere competitività nel tentativo di difenderlo. (riproduzione riservata)

* Imprenditore e docente a contratto presso la LIUC di Castellanza di Economia e Finanza Cinese e M&A, fondatore di Jesa Capital e di diverse imprese in Cina e in Europa, dal 1990 vive a Shanghai  


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