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Politica

In Europa crescono gli investimenti cinesi: perché languono in Italia

Nel 2025 nell'Unione e nel Regno Unito la crescita è stata del 67%, con Ungheria, Germania e Francia in testa, per un totale di quasi 17 miliardi di euro. L'Italia è stata il fanalino di coda con appena 163 milioni di investimenti. La ragione principale è un uso indiscriminato del golden power e i continui cambiamenti delle normative. Tre proposte per tornare in rotta


03/09/2026 15:27

di Saro Capozzoli*

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Saro Capozzoli

Nel 2025 gli investimenti diretti cinesi nell'Unione europea e nel Regno Unito sono cresciuti del 67%, raggiungendo 16,8 miliardi di euro, il livello più alto dal 2018. La componente greenfield, cioè fabbriche nuove costruite da zero, ha toccato il record di 8,9 miliardi. Il settore automobilistico ha attratto più di ogni altro, 7,6 miliardi, di cui il 93% diretto alla filiera del veicolo elettrico. Il primo paese beneficiario è stato l'Ungheria con 3,9 miliardi, davanti a Germania e Francia.

Nello stesso anno l'Italia ha ricevuto circa 163 milioni di euro di investimenti cinesi. Non è un errore di scala: è meno dell'uno per cento del totale europeo, e circa un ventiquattresimo di quanto ha incassato l'Ungheria, un paese con un settimo della popolazione italiana e un decimo del pil manifatturiero.

 

La spiegazione comoda, che l'Italia non abbia nulla da offrire, non regge. Al contrario dispone della seconda manifattura d'Europa, una filiera automotive con competenze di sistema, componentistica, stampaggio e meccanica di precisione, e da tre anni una capacità produttiva progressivamente liberata dalla contrazione degli ordini Stellantis. Sulla carta è esattamente il paese che un costruttore cinese in cerca di produzione europea dovrebbe scegliere.

Il punto è che gli investitori non scelgono soltanto in base agli asset. Scelgono in base alla probabilità che l'operazione arrivi in fondo e che, una volta arrivata, la proprietà conti qualcosa. È su questa seconda variabile che l'Italia ha smesso di essere competitiva.

Una delle ragioni è l'utilizzo del golden power da parte del governo, che da eccezione è  diventato routine.

Lo strumento nasce come presidio della sicurezza nazionale su un perimetro ristretto: difesa, energia, telecomunicazioni. Nel 2025 la Presidenza del Consiglio ha registrato oltre 900 notifiche e quaranta interventi. Cinque operazioni di origine cinese sono state assoggettate a condizioni o prescrizioni, e uno dei due soli veti dell'anno ha colpito un investitore cinese.

Il perimetro, nel frattempo, si è allargato: il decreto Transizione 5.0 del novembre 2025 ha esteso i presupposti applicativi anche ai rischi per la sicurezza economica e finanziaria nazionale, una formula che copre in linea di principio qualunque operazione rilevante.

Il caso Pirelli è il più istruttivo, perché mostra che il rischio non finisce con il closing. ChemChina acquisì il controllo nel 2015 con un'operazione da 7,1 miliardi, tuttora il maggiore investimento cinese mai realizzato in Italia. Dieci anni dopo il governo continua a imporre prescrizioni sull'assetto societario, dal tetto di tre consiglieri per il socio cinese all'impossibilità di assumere cariche sociali, tanto che Sinochem, primo azionista con il 34,1%, ha definito le misure discriminatorie e lesive dei propri diritti, prospettando ricorsi.

Il messaggio che arriva a Shenzhen o a Ningbo è semplice: in Italia si può comprare, ma non è detto che si possa governare quello che si è comprato, e le regole possono cambiare a distanza di anni. Nessun comitato investimenti approva un progetto industriale decennale con quel grado di incertezza sulla governance, quando a poche centinaia di chilometri esistono giurisdizioni che offrono al contrario corsie accelerate, contributi e certezza dei tempi.

La misura del costo non è il denaro non arrivato: è la capacità industriale non installata. L'Ungheria ha raccolto dai produttori di batterie impegni per oltre 14 miliardi di euro e 20.000 posti di lavoro. Il solo impianto CATL di Debrecen vale 7,34 miliardi ed è il maggiore investimento greenfield della storia del paese, con circa novemila posti previsti e una capacità da 100 GWh. BYD costruisce a Szeged una fabbrica di veicoli da 250mila unità l'anno, con l'obiettivo di arrivare fino a diecimila addetti, e ha spostato a Budapest il quartier generale europeo insieme a un centro di ricerca e sviluppo per circa duemila profili tecnici.

Queste fabbriche producono per il mercato europeo. Le auto e le celle che escono da Debrecen e Szeged sono merce comunitaria, entrano in Italia senza dazi e competono con quello che resta della nostra filiera. Abbiamo quindi ottenuto il peggiore dei risultati possibili: subiamo la concorrenza della produzione cinese in Europa senza incassarne il valore aggiunto, le imposte, l'indotto e l'occupazione.

E qui viene la domanda scomoda. Se un provvedimento pubblico sottraesse all'industria italiana miliardi di investimenti e migliaia di posti di lavoro, ci si aspetterebbe che la principale organizzazione degli industriali lo dicesse ad alta voce.

Sul golden power, invece, le critiche più nette sono arrivate da economisti accademici, da studi legali e da osservatori indipendenti: dall'Osservatorio dei conti pubblici, che ricorda come l'Italia sia da decenni fanalino di coda fra i paesi avanzati per attrattività di investimenti esteri e come un uso eccessivamente discrezionale dei poteri speciali rischi di scoraggiare occupazione e trasferimento tecnologico; da analisi che segnalano come la sola possibilità di un intervento governativo generi cautela e allarghi il divario con gli altri centri finanziari europei. Dal fronte confindustriale, poco o nulla.

Le ragioni di quel silenzio non sono misteriose. La prima è che il golden power protegge anche gli incumbent: un'azienda italiana non contendibile è un'azienda il cui management resta al suo posto, e non tutti gli associati vivono la scarsa contendibilità come un problema. La seconda è che la posizione negoziale verso il governo si costruisce su altri dossier, energia, fisco, ammortizzatori, e nessuno spende capitale politico su un tema che espone all'accusa di fare gli interessi di Pechino.

La terza è la più semplice: chi paga il conto non è chi siede ai tavoli. A pagarlo sono i fornitori di secondo e terzo livello, i territori che non vedranno mai quella fabbrica, i lavoratori che non saranno assunti. Sono soggetti diffusi, senza voce e senza rappresentanza organizzata su questo specifico tema.

Il risultato è un dibattito pubblico in cui il costo dell'apertura viene misurato con precisione e il costo della chiusura non viene misurato affatto. Nessuno ha mai calcolato quante fabbriche, quanto gettito e quanti posti di lavoro l'Italia abbia perso in dieci anni di poteri speciali applicati in modo estensivo. Sarebbe un esercizio semplice e sarebbe il primo passo di una discussione seria.

L'obiezione è legittima: esistono tecnologie e infrastrutture su cui il controllo statale è doveroso, e l'esperienza di altri paesi europei mostra che l'apertura senza condizioni produce dipendenze difficili da sciogliere. Anche in Ungheria l'accoglienza non è stata indolore, fra proteste locali per consumi di acqua ed energia, indagini europee sui sussidi e revisione delle deroghe ambientali concesse ai grandi progetti. Nessuno propone di comprare investimenti a qualunque prezzo.

Ma la scelta non è fra apertura totale e chiusura preventiva. È fra un sistema di controllo prevedibile e uno discrezionale. Un investitore accetta condizioni severe se le conosce prima, se sa quanto durerà l'istruttoria e se sa che una volta accettate non verranno riscritte cinque anni dopo. Oggi in Italia nessuna di queste tre condizioni è garantita, ed è l'imprevedibilità, molto più della severità, a spostare gli investimenti altrove.

Quindi, in primo luogo, è necessario elencare i settori e le tecnologie effettivamente critici e lasciare fuori tutto il resto, invece di allargare i presupposti a ogni conversione di decreto. Secondo: un'istruttoria con scadenze vincolanti e decisioni argomentate crea precedenti su cui gli investitori possono orientarsi. Terzo, una valutazione d'impatto: prima di apporre condizioni, stimare e rendere pubblico quanto valgono in termini di investimento e occupazione mancati, così che la decisione sia una scelta consapevole fra due costi e non una precauzione a costo apparentemente zero.

L'Italia non ha bisogno di essere ingenua. Ha bisogno di essere prevedibile. Nel frattempo, ogni trimestre che passa, le fabbriche si costruiscono da un'altra parte, e le auto che ne escono arrivano comunque nel Belpaese. (riproduzione riservata)

* docente di Economia, finanza e M&A cinesi, LIUC – Università Cattaneo. Imprenditore, dal 1990 attivo in Cina


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