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Politica Economica

La ripresa del Covid a Pechino minaccia tutto l'import alimentare

Già bloccata la carne congelata dalla Germania e il pollame dagli Stati Uniti, mentre molti agenti doganali ed importanti trading companies stanno fortemente sconsigliando di importare i prodotti, provocando un effetto scarsità sugli scaffali dei supermercati. Il business delle importazioni di food è enorme: 15 miliardi di pesce congelato nel 2019 dal porto di Quingdao


22/06/2020 11:36

di Marco Leporati*

settimanale

Il parziale lockdown di Pechino, a partire dalla settimana scorsa e dovuto all’insorgenza di nuovi casi di Covid 19 al mercato di Xinfadi e nello stabilimento della Pepsi Cola nel distretto di Daxing, non distante dal nuovo areoporto, sta avendo ripercussioni su tutto il territorio cinese con la reintroduzione di forme di quarantena e controlli per la mobilità domestica, la quasi totale cancellazione dei voli in arrivo e partenza dai due areoporti della Capitale e, soprattutto, la rigida regolamentazione che equivale nella fattispecie a un divieto, di importare prodotti alimentari freschi o congelati da Paesi oltre frontiera, principalmente dall’Europa che con i suoi salmoni sembra aver causato la nuova ondata di contagi.

Per ironia della sorte, Wuhan, la città dove è originata l’epidemia, in questi giorni è stata dichiarata “Covid 19 free” ma, contestualmente abbiamo avuto l’incidente pechinese con una immediata azione di controllo su due milioni e mezzo di abitanti, il 10% della popolazione totale della città, con 200 mila tamponi giornalieri e 7.500 medici coinvolti nei distretti interessati sulla base di oltre 200 contagiati.

Il mercato di Pechino, definito, forse impropriamente, il più grande dell’Asia, è considerato un punto di riferimento per la vendita sia al dettaglio prevalentemente della produzione ortofrutticola domestica sia anche all’ingrosso come centro di prodotti ittici e di carni importati per la ristorazione, le catene di retail e perfino l’e-commerce, essendo specializzato nella preparazione del porzionato per il consumatore finale.

Ne esistono altri di questi mercati in Cina per prodotti importati quale quello di Shanghai per la frutta e quello di Qingdao per il pesce congelato: in particolare nel porto di Qingdao nel 2019 sono state importate oltre un milione di tonnellate di pesce congelato pari a 54 mila teu, unità di misura di un container, per un controvalore di 15 miliardi di dollari.

Una situazione quale quella di Pechino, per le dimensioni ricordate, potrebbe quindi allontanare la famosa ripresa, anche perchè le nuove regolamentazioni introdotte immediatamente per la disciplina delle importazioni non sono univoche e per ragioni di contingenza sanitaria hanno dei requisiti differenti.

A Pechino e in particolare a Tianjing, il porto della capitale, è possibile importare ma ogni singola confezione viene ispezionata se in superficie ha traccia del virus del Covid. Per il pesce ed i molluschi vengono aperte le scatole ed il contenuto viene passato con il tampone. Per i prodotti stoccati nell’area bonded del porto ed entrati dal primo di marzo l’uscita e la vendita è subordinata alle singole ispezioni. A Shanghai l’importazione è permessa ma vengono effettuate ispezioni a campione del packaging.

Inoltre è stato fatto preciso divieto alla Germania di esportare carne di maiale congelata a causa del moltiplicarsi di contagi nei macelli della Sassonia e da qualche giorno è stata sospesa l’importazione di pollame dalla Tyson Food dal proprio stabilimento dell’Arkansas; per la merce già arrivata al porto ne è stata decisa la custodia previa le opportune ispezioni sanitarie.

Molti agenti doganali ed importanti trading companies stanno fortemente sconsigliando di importare i prodotti e questo potrà comportare nelle prossime settimane la scarsità degli stessi sugli scaffali.

«Stiamo controllando l’esplosione dei casi ed è preferibile mantenere il rispetto delle norme vigenti per la popolazione. Esiste un problema fondamentale da risolvere e cioè di evitare la nascita delle epidemie come al mercato di Xinfadi. Le condizioni di sviluppo dell’epidemia esistono ancora», ha spiegato Zeng Wang, capo scientifico di CDC (Chinese Centre for Disease Control and Prevention).

La sensazione, o meglio la preoccupazione degli operatori è quella di un eventuale cambio di tendenza dei consumatori cinesi che, a fronte di una acquisita e consolidata propensione all’acquisto e al consumo dei prodotti importati (la predilezione al ristorante per il pesce e i molluschi ha raggiunto livelli impensabili qualche anno fa come del resto il consumo di salmone), potrebbero creare un movimento di revanscismo alimentare che non solo provocherebbe una diminuzione dell’export dai Paesi OCSE ma anche una parziale contraddizione con quanto discusso durante l’Assemblea del Popolo a favore del potenziamento delle importazioni.

Per gli espatriati invece, si sta assistendo ad un disagio diffuso prodromico di ansie ed incertezze in quanto, oltre all’impossibilità di rientrare sia dall’estero che dal partire dalla Cina senza avere la sicurezza di ritornare si potrebbe essere privati di quello che, senza esagerare, è considerato l’ultimo legame con i luoghi di provenienza. 

Siamo quindi condizionati ad un precariato economico e sociale che altalenando tra le eruzioni improvvise dei focolai di ritorno ci fa comprendere la fragilità del “qui e ora” (hic et nunc). Noi, abitanti di questo mondo in questi primi vent’anni del secolo nuovo ne soffriamo perchè se da un lato imputiamo le ragioni alla fluttuazione economica, dall’altro abbiamo assunto un modello dove la velocità nei comportamenti e nelle relazioni provoca stress quando per ragioni esogene scarica la propria forza.

I lockdowns ne sono un esempio e già qualche studioso ne preannuncia di nuovi a breve. Rimane però il fatto che “Siamo, nel profondo, esseri di relazione. E questa è la cosa che ci rende persone” (Simone Veil).

In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera all’inizio di aprile, in pieno Covid, Mauro Magatti scriveva: «A traballare sono i pilastri stessi della vita sociale su cui si fonda la nostra "sicurezza ontologica" (Giddens): la ragionevole aspettativa che ciascuno di noi ha di sapere quello che si può aspettare dalle persone e dalle istituzioni che lo circondano”. All’estero di certo questa aspettativa è un fattore moltiplicativo.

*managing director a Shanghai di Savino Del Bene, azienda di trasporti internazionali e logistica. Vive e lavora in Cina da oltre 25 anni 
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