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Azienda Energetico

Tra dazi europei e rottami cinesi, è battaglia anche sugli scraps

Fonderie e accaierie di mezza Europa, in Italia in particolare, lamentano carenze di residui metallici necessari alla produzione, che invece prendono la via della Cina perché vengono pagati più che in Europa. Ma come e perché si è innescata questa nuova contesa, che tuttavia potrebbe avere uno sbocco positivo?


16/01/2026 12:46

di Marco Leporati*

settimanale
Selezione di rottami a Shanghai

Dalla Cina arrivano i segnali di una rinvigorita politica, con sussidi ad hoc, di incoraggiamento per le società con impianti di fusione di scraps (gli scarti di metallo derivanti dalle lavorazioni industriali) di aumentare la capacità del riciclo al fine di ridurre l’utilizzo delle materie prime, contribuendo così alla riduzione delle emissioni nocive, in linea con il piano nazionale di decarbonizzazione.

Infatti con impianti tecnologicamente avanzati, come quelli che per esempio la Danieli sta vendendo alle accaierie cinesi e alle fabbriche di alluminio, la lavorazione degli scarti di ferro, rame, nichel, ottone, alluminio consentono, insieme al recupero integrale della materia prima, un consistente risparmio energetico in quanto il processo di fusione richiede meno consumo di energia.

L'encomiabile ricerca della sostenibilità nella politica industriale da parte cinese ha, tuttavia, un effetto perverso, come ha portato al'attenzione Emilio Braghi, vice presidente di Novelis, multinazionale americana con due stabilimenti in Italia, parte del gruppo indiano Aditya Birla e leader mondiale nella lavorazione dell’alluminio riciclato. «I sussidi cinesi per la overcapacity stanno creando una competizione scorretta così da pagare un più alto prezzo per gli scraps europei», ha, recentemente, dichiarato il manager al Financial Times.

Per capire il senso della denuncia di Braghi occorre sapere che  la Cina ha definito una chiara linea di demarcazione a partire dal 2017 con il National Sword tra l’accettazione di rifiuti di ogni genere piuttosto che il recupero di vetro, carta, tessuti e metalli. Esportare in Cina la lattina di alluminio comporta importare il laminato di alluminio per lavorazioni diverse.

Per attuare questa direttiva in Cina vengono dati sussidi in modo tale che le offerte di acquisto degli scraps siano molto più allettanti rispetto a quelle dei compratori europei che hanno ancora la zavorra dei costi energetici. Ovvio, quindi, che chi produce scarti ha interesse a venderli al miglior offerente, in questo caso alla Cina.

Un caso particolare è quello dell'alluminio perché può essere rifuso con un consumo energetico del 15% rispetto al metallo grezzo e quindi i suoi scraps sono particolarmente appetiti. Succede così che per le fonderie di alluminio che rappresentano in Europa il 15% degli impianti di riciclo vi è una carenza, in particolare per l'Italia, di approvvigionamento di scarti stimata in 2 milioni di tonnellate per anno.

L’Italia è, infatti, in prima fila nelle tecnologie per la lavorazione degli scarti dell'alluminio con capacità di riciclo degli scraps pari al 75% (dati del 2022) contro una media europea del 40% con l’obiettivo del 70% entro il 2030.

Anche sul rame ci sono forti pressioni perché la sua elevata capacità di trasmissione dell’energia lo rende essenziale anche nel settore dei Data center e dell’Intelligenza artificiale. Il suo prezzo è in continua crescita, oltre il 40% l'anno scorso mentre nei primi giorni di quest'anno ha raggiunto il record di 13 mila dollari la tonnellata, mentre emergono problemi nella fase estrattiva. 

SdP Global Energy Market Intelligence ha stimato entro il 2040 una domanda in aumento del 50% con problemi estrattivi tanto che si potrebbe verificare una carenza di 10 milioni di tonnellate: è in questo contesto che i due dei maggiori produttori al mondo, Glencore e Rio Tinto, stanno definendo la fusione societaria.

Mentre le tensioni commerciali sull'accaparramento degli scraps sono arrivate al punto che il commissario del commercio della Commisione europea, Maros Sefcovic, sta predisponendo una procedura per limitare le esportazioni verso la Cina, a Bruxelles non si esclude che proprio la questione degli scraps possa diventare la chiave di volta per l'appianamento tra EU e Cina della vexata quaestio delle auto elettriche.

La possibile soluzione potrebbe essere una riduzione o eliminazione dei dazi di importazione da parte di Bruxelles quale conseguenza di una riduzione o eliminazione dei sussidi statali di Pechino per i produttori cinesi attraverso l'eliminazione dei sussidi sugli scraps. In sostanza gli scarti industriali sarebbero la merce di scambio per l'abbattimento dei dazi, che Pechino ritiene una freno inaccettabile al suo export, ormai vitale per mantenere la crescita dell'economia.

Tra l'altro in Cina le previsioni di vendita di auto elettriche non appaiono così rosee come nello scorso 2025, perché la riduzione dei sussidi statali ai produttori di auto elettriche si sta riversando sui potenziali clienti tant’è che oggi il margine del beneficio non appare così accattivante. Dal primo gennaio scorso, infatti, è in pratica allineato con quello per l’acquisto di un auto a combustione, intorno a 20.000 yuan (circa 1.500 euro) al massimo a seconda del valore dell’auto.

I primi segnali del mercato domestico sono una conferma così come è stato il ritorno all’uso del carbone in una fase dove gli approvvigionamenti dai fornitori mondiali tradizionali sta assumendo contorni problematici. Se l’industria dell’automotive subirà un calo nel corso di questo anno anche il fabbisogno di scraps diminuirà.

Ritorno al passato o solo rallentamento nella strada già tracciata? Max Weber sosteneva oltre un secolo fa che questo modello tradizionale «forse continuerà finchè non sarà bruciato l’ultimo quintale di combustile fossile». (riproduzione riservata)

* corrispondente da Shanghai, dove vive e lavora da 30 anni


 

 


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