Dice una delle massime più famose del generale cinese Sun Tzudi nel libro L'arte della guerra: «Nel mezzo del caos, c'è anche l'opportunità». Parole che, a distanza di 2500 anni da quando le ha scritte, suonano ancora come profetiche di fronte a guerre e crisi internazionali. E le opportunità, con il Medio Oriente ancora in fibrillazione, non possono che arrivare da Oriente. A iniziare da Pechino che prevede anche per il 2026 un pil in crescita al 4,9%.
Non per altro il presidente Usa Donald Trump il mese scorso ha voluto incontrare il leader cinese Xi Jinping portando con sé alcuni dossier caldi, come quello sui microchip. A cui è seguita, a distanza di pochissimi giorni, anche la visita del russo Vladimir Putin per discutere delle forniture di petrolio e gas. L’Europa invece mantiene un approccio cauto con Pechino ed è più impegnata a gestire l’invasione delle merci low cost (con la tassa sui mini-pacchi) e il contrasto alle auto elettriche d’importazione.
E l’Italia? Uscita dalla Via della Seta nel 2023, mantiene aperto il dialogo e gli scambi. La Cina è, infatti, il secondo fornitore del nostro Paese (10,9% la quota di mercato) ed è il decimo approdo per l'export italiano. Nel 2025 l'interscambio è stato per 74,9 miliardi, in disavanzo (cronico): 14,3 miliardi di export contro 60,6 miliardi di import. Sebbene il primo quadrimestre di quest’anno sia partito con le vendite verso Pechino su del 17,6% a 5,4 miliardi.
«L'Italia è probabilmente più avvantaggiata della maggior parte dei Paesi europei in questa fase», spiega Pierluigi Serlenga, managing partner Italia e Southern & Eastern Europe di Bain & Company. «La profonda esposizione automobilistica della Germania ha complicato i rapporti con Pechino, mentre le tensioni politiche della Francia hanno raffreddato i legami bilaterali. L'Italia porta con sé meno “bagagli geopolitici” e gode di un interesse commerciale più genuino di quanto non sia accaduto in nessun altro momento recente».
Un’analisi condotta nel 2025 da Gavekal Dragonomics fornisce lo spazio di manovra per le imprese italiane. Se cercare di competere in produttività, specie nella manifattura, è notoriamente una scelta azzardata, la risposta è posizionarsi nell'alta gamma dell'ingegneria di precisione, nella personalizzazione e dell'integrazione di sistemi. Lo sanno bene le aziende italiane presenti in Cina da tanti anni.
Come Brembo, il colosso dei freni che là ha cinque stabilimenti e che, negli ultimi anni, ha rafforzato la presenza con investimenti in ricerca, software e intelligenza artificiale: a Shanghai ha aperto l'anno scorso anche il primo Brembo Inspiration Lab asiatico, dedicato ad AI e data science. O Interpump, che in Cina ha da tempo le fabbriche per rispondere alla domanda locale di idraulica e meccanica. O Danieli, per cui la Cina rappresenta sia un mercato di sbocco dei prodotti sia di approvvigionamento di semilavorati. Senza dimenticare il settore della moda.
A parte Prada (che dal 2011 è quotato anche ad Hong Kong), Moncler, Salvatore Ferragamo e Brunello Cucinelli sono presenti con boutique e filiali operative. «La Cina resta un mercato centrale, ma oggi richiede strategia, presenza industriale e visione di lungo periodo», afferma Gianni Di Giovanni, presidente Camera di Commercio Italiana in Cina. «La Cina non può più essere affrontata soltanto come piattaforma produttiva a basso costo. È diventata un mercato sofisticato, altamente competitivo e sempre più orientato verso innovazione, qualità e tecnologia avanzata. La vera sfida, quindi, non è decidere se essere presenti o meno in Cina, ma capire come posizionarsi in un contesto molto più competitivo, tecnologico e geopoliticamente complesso rispetto al passato».
Bain individua i settori in cui le imprese italiane potrebbero avere maggior vantaggio: macchinari di precisione, attrezzature per la transizione energetica e food & beverage premium. «La Cina premia le imprese italiane che portano tre cose: un'offerta tecnicamente differenziata che gli acquirenti cinesi non possono replicare internamente, partnership locali genuine che riducono i costi fissi e accelerano l'accesso al mercato e la pazienza di trattare la Cina come una relazione di lungo periodo, non come una riga di ricavi annuale», argomenta Serlenga.
Ma con una raccomandazione: per chi fa una joint venture locale è bene mettere in chiaro i rapporti fin dall’inizio. «I patti parasociali sono fondamentali», chiarisce Marzio Morgante, managing partner di ATA - Asian Tax Advisory, che da Hong Kong aiuta proprio le imprese italiane a entrare nel mercato. «Poi raccomandiamo sempre un sistema di reportistica, soprattutto su come vanno le cose dal punto di vista finanziario. Occorre un sistema di controllo rigoroso se non si vogliono avere brutte sorprese».
Quanto alle opportunità offerte dalle borse cinesi come Hong Kong e Shanghai, Di Giovanni precisa: «Per alcune realtà italiane una quotazione o una maggiore presenza finanziaria a Hong Kong può essere uno strumento importante per accelerare crescita, visibilità e partnership in Asia. Ma chiaramente dipende dalla strategia e dal mercato verso cui si è orientati». (qui il testo dell'articolo pubblicato su milanofinanza)