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Politica

Malesia 'tigre' asiatica con molte opportunità anche per l'Italia

I 105 miliardi di investimenti pubblici approvati nel 2025 hanno spinto la crescita del pil che negli ultimi 6 anni è stata di oltre il 5% annuo. Il manufacturing è molto orientato all'alta tecnologia, ma il paese è anche leader nel settore f&b per i cibi halal destinati alle popolazioni musulmane, un mercato da 7.000 miliardi di dollari


18/05/2026 15:30

di Marco Leporati*

settimanale

Mentre gli occhi degli osservatori internazionali e dei coprotagonisti sono puntati sui risultati degli incontri pechinesi tra Donald Trump e Xi Jinping, un accenno interessante e complementare va posto sul doppio ruolo della Malesia in qualità di membro dell’Asean, l'associazione di 11 paesi del sud est asiatico, e partner del Recp (Regional Comprensive Economic Partnership agreement, accordo di libero scambio fra i paesi dell'area Asia-Pacifico) nonché fornitore degli Stati Uniti di semiconduttori per wafers.

Il tema di discussione consegue ad un convegno tenutosi di recente a Milano alla presenza dell’Ambasciatore della Malesia in Italia, Datò Zahid Rastam, dei rappresentanti consolari, di altre organizzazioni ed imprenditori sotto l’egida di Club Asia con il suo Charman, Marco Bettin.

L'interesse per la Malesia è generato da un lato dal forte ritmo di sviluppo della sua economia, oltre il 5% annuo di crescita del pil negli ultimi 6 anni con una punta  dell’8,7% nel 2022, ma anche dal rappresentare un hub per il mercato Halal ovvero il mercato che copre i bisogni e le domande delle popolazioni mussulmane e non solo. La Malesia nel 2025 ha approvato investimenti pubblici per 105 miliardi di dollari di cui 34 miliardi destinati al manufacturing. Il tasso di disoccupazione è oggi al 3% con una generazione giovane orientata a skill professionali Stem con un ranking World Talent al ventottesimo posto nel mondo.

La Malesia è privilegiata nella sua collocazione geografica e dal punto di vista economico beneficia anche di dodici accordi di libero scambio che contribuiscono al pil globale le cui prospettive di crescita rappresenteranno nel 2030 il 60%.

I settori industriali prevalenti sono rappresentati dalla digital economy, dai semiconduttori, green technology, Ev, produzione di biofuel e logistica come uno degli hub mondiali specialmente per l’e-commerce. Nel paese sono attive molte aziende italiane di rilevanza internazionale quali ENI, Leonardo, Fassi, Ansaldo STS, IMA Automation, Valvitalia e nella logistica l’unica presenza è quella di Savino del Bene.

Uno sguardo sul mercato Halal per valutarne le potenzialità evidenzia che il suo valore stimato è di 7.000 miliardi di dollari americani ed entro il 2030 raggiungerà 10.000 miliardi, sostenuto dall’ 8,5% della popolazione globale le cui prospettive di crescita derivano da un aumento del reddito pro-capite. Il settore f&b è dominante e le aree di destinazione sono soprattutto la regione Asia-Pacifico, il Medio Oriente e l’Africa. 

Per quanto riguarda la filiera Halal globale questa regione Asean rappresenta il 15% dell’economia Halal mondiale con i mercati leader di Malesia, Indonesia e Thailandia. L’entrata nel mercato Halal richiede una procedura di certificazione secondo standards che si distinguono da quelli tecnologici e con valori differenti rispetto alle normali procedure (ISO 2000).

Il ruolo della Cina è preponderante in termini di investimenti e la visita del Presidente Xi Jinping nell’aprile 2025 aveva avuto il significato di consolidare i rapporti 'familiari' tra la Cina e questi Paesi.

Nella guerra dei dazi alla Malesia che aveva esportazioni verso gli Stati Uniti per un valore di 45 miliardi di dollari era stato applicato da Trump un dazio solo del 24%, mentre si parlava per la Cina di dazi del 145% successivamente ridotti. Oggi queste problematiche sono nuovamente sul tavolo di discussione a Pechino.

Inoltre lo stretto rapporto tra i due Paesi influenza anche il processo di importazione e raffinazione del petrolio in quanto negli ultimi due mesi la Malesia con Singapore e Taiwan, secondo le informazioni dell’ Agenzia Internazionale dell’Energia, ha ricevuto meno greggio mentre quello giunto in Cina è stato lavorato e stoccato nella stessa Cina diminuendo le sue esportazioni di prodotto finito. L’anello di congiunzione tra questi Paesi rimane, tuttavia, solido e senza crepe. (riproduzione riservata)

* corrispondente da Shanghai, dove vive e lavora da 30 anni


 



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