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Azienda Agricoltura

Cina, Giappone, Corea, per il vino italiano l'Asia farà la differenza

In un quadro di generale contrazione dell'import di vini a livello globale, una leggera crescita si avrà, secondo gli analisti, sono per i prodotti premium e luxury. Per gli italiani saranno soprattutto i mercati del sud est asiatico e India a fare la differenza, insieme a Messico e Brasile


13/04/2026 18:04

di Franco Canevesio - Class Editori

settimanale

Con un punteggio di 72.4, la Cina si posizione tra le prime 10 potenziali destinazioni per l'export di vini premium da qui a fine decennio. Lo certifica il Premium Wines Opportunity Index messo a punto da Unione Italiana Vini e Vinitaly, presentato nel corso della rassegna che si sta svolgendo a Verona, fino al 15 aprile. 

Costruito intrecciando fra gli altri i dati di export italiano per price point, le dinamiche di consumo e i fattori competitivi interni ai singoli mercati, l'indice assegna una preminenza ai mercati asiatici con il Giappone (indice 91.4) in testa, seguito da Corea del Sud (85.1), anche se segnala le buone opportunità di Messico (86.3) e Brasile (78.1), per arrivare a toccare piccole destinazioni che paiono marginali, ma che guardate con lenti premium diventano di grande interesse: Thailandia, Vietnam, Indonesia, India presentano tutti score superiori a 60.

Non è un caso che a Vinitaly 2026, fra i 30 mila operatori esteri attesi provenienti da 130 Paesi, oltre a 1.000 top buyer selezionati, invitati e ospitati congiuntamente da Veronafiere e Ice, la zona extra Ue attenda delegazioni importanti dall’area asiatica con aumento degli arrivi dalla Cina ma anche da India, Giappone e Thailandia, oltre che da Vietnam, Corea del Sud, Singapore, Malesia e Filippine.

Al di la delle classifiche di opportunità, quello che emerge con evidenza dalla rassegna veronese è che solo i vini premium, ossia quelli che escono dalla cantina a minimo di 8 euro e che arrivano in vendita a seconda dei mercati tra 25 e 50 euro, saranno in grado di contrastare il calo generale delle importazioni a livello globale, che per l'Italia viene stimato da Prometeia, il think tank bolognese, in un -12% nel quinquennio 2024-2029.

Insieme ai vini luxury (quelli cioè che si distinguono per eccellenza di gusto, rarità, prestigio storico e potenziale d'investimento) i premium faticheranno, tuttavia, a compensare la discesa dei prodotti della parte medio-bassa dello scaffale.

D'altra parte, secondo Uiv, le aree asiatice e centro e sud americane saranno strategiche nei prossimi anni per incrementare la presenza dei vini made in Italy ancora troppo concentrata sui primi 5 mercati di sbocco, che da soli quotano il 60% del totale dei valori esportati. La crescita in ogni vaso sarà modesta, pari a +1% da qui al 2029, che sale però a +3,5% per i prodotti made in Italy e potrebbe riservare per l’Italia sorprese ancor più positive se si concentrasse su alcune aree considerate maggiormente strategiche.

Secondo Prometeia, il vino è al secondo posto nella bilancia commerciale con l’estero tra i comparti del made in Italy tradizionale, a +7,2 miliardi di euro nel 2025. Tra i mercati su cui puntare, oltre a quelli consolidati, come Usa, Regno Unito e Giappone, spicca il gruppo relativo a quelli pronti per una seconda ripartenza. A partire dalla Cina.

Se è vero che i consumi a livello di volumi sono in forte calo da oltre un quinquennio, il percorso evolutivo della domanda del Dragone guarda alla parte medio-alta dello scaffale: da qui al 2029 il valore dei Premium segnerà +10%, con l’Italia a +2,5% grazie soprattutto agli spumanti (+9%) e agli aromatici come il Moscato d’Asti.

Dinamiche simili al mercato cinese le mostra quello della Corea del Sud dove l’obiettivo italiano può essere di medio periodo: oggi il peso dei vini Premium sul totale mercato è pari al 27%, quota che scende al 6% se si guarda al vino tricolore. I mercati di nuova generazione sono ancora relativamente piccoli, pesano poco sul portafoglio dell’export nazionale, ma mostrano tassi di crescita costanti. 

L’area thailandese (+27% la crescita Premium stimata), quella vietnamita (+25%), filippina (+30%) e indiana (+76%), a differenza di Giappone e Corea del Sud, hanno in comune una forte connotazione giovane lato consumi, che prende strade a prima vista divaricate: da una parte il forte peso dei cocktail, anche a base vino, dall’altra la pulsione alla conoscenza del vino come prodotto a sé stante, con indici di penetrazione altissimi dei corsi dei Wineset tra i più giovani, in particolare le donne. l fil rouge che lega insieme cocktail e vino sarà ovviamente lo spumante ma con buone attese anche per i fermi, anche bianchi.

«Il valore export 2025 è risultato in calo di quasi il 4% - ha detto il responsabile dell’Osservatorio Prometeia, Carlo Flamini - ma, secondo le nostre stime, se avessimo avuto in pancia un’incidenza della quota Premium al 20% invece dell’attuale 17%, il saldo negativo si sarebbe ammorbidito a -0.7%. Di più, se eil nostro Paese si desse l’obiettivo di aumentare di 1 punto l’anno il peso dei Premium sulla propria offerta (+11% di valore in 5 anni), l’export generale ne beneficerebbe, arrestando quella decrescita che, a fattori costanti, è prevista continuare fino almeno al 2029 per cumulare un -12% di saldo 2029/24». (riproduzione riservata)

 

 

 

 

 


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