Dal prossimo 1° luglio, i "piccoli pacchi", di valore inferiore a 150 euro, che entrano in Europa da un paese terzo con gli acquisti effettuati sulle very large online platform, ossia soprattutto da Shein, Temu e Alibaba, provenienti dalla Cina o da Hong Kong, pagheranno un dazio doganale di 3 euro.
L'obiettivo è colpire le piattaforme da tempo nel mirino delle autorità per "concorrenza sleale" con i venditori europei, soprattutto dal punto di vista della violazione della proprietà intellettuale dei beni oggetto di commercio, quasi sempre copiati da marchi più noti.
Dato il crescente successo del commercio elettronico a livello mondiale, l'Ue ha ritenuto essenziale tenere il passo in materia di norme doganali e abolire l'esenzione sui piccoli pacchi, il cui commercio è letteralmente esploso dopo la pandemia: secondo le stime della Commissione europea, il volume di piccoli pacchi in entrata in Ue è raddoppiato ogni anno dal 2022. Nel 2024 sono entrati nel mercato dell'Ue 4,6 miliardi di pacchi di questo tipo, il 91% dei quali provenienti dalla Cina.
Con l'entrata in vigore della tariffa da 3 euro, qualcosa potrebbe cambiare in attesa che diventi operativo il nuovo centro doganale digitale europeo che la Ue sta studiando nell'ambito della complessiva riforma del sistema doganale. Una volta operativo il nuovo sistema, si applicheranno i dazi pattuiti dalla Ue a seconda del paese di origine.
In ogni caso, dal 1º luglio prossimo, il dazio sarà riscosso su ciascun articolo contenuto in un pacco e contabilizzato in fattura alla voce "costi tariffari": se un pacco conterrà due articoli, ad esempio una camicetta di seta e una di lana, si pagheranno 6 euro di dazi doganali sui due articoli distinti.
«La tariffa di 3 euro sui piccoli pacchi rappresenta un tassello di una strategia più ampia dell'Ue volta a riequilibrare le condizioni di concorrenza nel commercio elettronico e rafforzare la tutela dei consumatori e dei diritti di proprietà intellettuale», ha ribadito Andrea Terragni, avvocato partner dello studio De Berti-Jacchia che si è occupato a lungo di questa materia, «per i marketplace cinesi già coinvolti in violazioni della proprietà intellettuale, la misura determina almeno tre conseguenze: erode il vantaggio competitivo basato su prezzi artificialmente bassi; aumenta l'esposizione ai controlli doganali e quindi il rischio di intercettazione di merci illecite; non modifica direttamente la responsabilità legale, ma crea un contesto economico meno favorevole alla commercializzazione di massa di prodotti contraffatti».
Gli esperti del settore ritengono, tuttavia, che la tariffa da sola non potrà risolvere il problema della contraffazione online che nel 2023 ha portato al sequesto nella Ue di 250 milioni di articoli di abbigliamento e calzature per un valore di 3,5 miliardi di euro. «Però costituisce sicuramente un disincentivo economico che, combinato con un enforcement più incisivo, può contribuire a rendere meno sostenibile il modello di business basato sulla vendita di prodotti violativi di diritti IP a prezzi estremamente bassi», ha insistito Terragni.
L'efficacia complessiva dipenderà dall'implementazione coordinata di questa misura con gli altri strumenti normativi disponibili (Dsa, Gpsr, enforcement doganale) e dalla volontà politica di applicare rigorosamente le sanzioni previste contro operatori che non rispettano gli standard europei di legalità e tutela dei diritti.
L'obiettivo della tariffa è anche quello dicolpire prodotti realizzati spesso violazione di diritti dei lavoratori e senza alcun rispetto dell'ambiente. Il costo medio di un articolo Shein è di 14 dollari rispetto ai 26 dollari di H&M e ai 34 dollari di Zara (prime generazione di fast fashion). I prezzi di Temu sono ancora più bassi di Shein dal 10% al 40%. Secondo gli esperti, il settore oggetto di questo "fenomeno corrosivo" cuba un valore di circa 100 miliardi di fatturato annuo nella filiera della moda Italia.
Oltre alla moda soffrono di questa concorrenza sleale anche la profumeria e i giocattoli e gli accessori. (riproduzione riservata)