"Unilaterali e arbitrarie", così il Ministero del Commercio cinese ha definito le conclusioni del report diffuso il primo giugno scorso dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), sui sussidi che Pechino avrebbe garantito alle sue industrie negli ultimi anni, consentendo loro un vantaggio strategico nella manifattura globale.
Il report dell'Ocse afferma che i sussidi pubblici sono stati un fattore chiave della rapida espansione globale delle imprese cinesi negli ultimi due decenni, poiché tali aziende avrebbero ricevuto un sostegno da tre a otto volte superiore rispetto alle aziende concorrenti.
Nella sua risposta, il Ministero del Commercio cinese ha dichiarato che le politiche di sussidio del governo sono pienamente conformi alle regole dell'Organizzazione mondiale del commercio e rispettano tutti gli obblighi di trasparenza.
Il Ministero ha criticato la metodologia dell'Ocse, sostenendo che il rapporto soffre di definizioni vaghe, campionamenti distorti e mancanza di standard statistici uniformi. Inoltre, ha affermato il Ministero, attribuire la crescita della quota di mercato globale delle imprese cinesi esclusivamente ai sussidi statali ignora completamente i loro veri vantaggi strutturali, tra cui economie di scala, efficienza produttiva e rapida innovazione tecnologica.
Il Ministero del Commercio cinese ha esortato l'Ocse a mantenere obiettività e neutralità, usare dati accurati ed evitare di trasformare i report di ricerca in strumenti politici che danneggiano la credibilità dell'Organizzazione.
Secondo lo studio dell’organizzazione con sede a Parigi, tra il 2005 e il 2024 le imprese cinesi hanno beneficiato di sostegni pubblici mediamente compresi tra tre e otto volte quelli concessi alle aziende dei 38 Paesi membri dell’organizzazione. Un divario che, secondo il segretario generale Mathias Cormann, rischia di alterare profondamente la competizione globale.
«Come il doping nello sport, gli aiuti pubblici possono consentire a settori meno produttivi di ottenere vantaggi ingiusti a discapito dei concorrenti più efficienti» ha spiegato Cormann. L’analisi si basa sul database Magic (Manufacturing Groups and Industrial Corporations), che monitora una quindicina di comparti strategici, tra cui automotive, acciaio, aerospazio, semiconduttori, cantieristica navale, chimica, fertilizzanti, macchinari pesanti, energia eolica e pannelli fotovoltaici sulla base dei dati finanziari (forniti con clausola di confidenzialità) di 525 imprese globali, le maggiori per ciascun settore, tra il 2005 e il 2024.
Per definire i livelli di sussidi sono stati presi in considerazione tre fonti finanziarie: sussidi governativi diretti (quindi senza obbligo di restituzione), agevolazioni fiscali e prestiti a tassi agevolati sulla base di garanzie pubbliche.
La pubblicazione del rapporto è arrivata alla vigilia della ministeriale Ocse di Parigi e alimenta il dibattito sulle politiche industriali di Pechino, da tempo accusate da Stati Uniti ed Europa di distorcere la concorrenza internazionale.
Tra i settori analizzati, quello automobilistico è uno dei casi più emblematici. Il rapporto evidenzia come le case automobilistiche cinesi abbiano ricevuto per anni livelli di sostegno pubblico superiori rispetto ai concorrenti occidentali, sia in termini assoluti sia relativi.
Un dato che rafforza le critiche avanzate da tempo dall’industria europea dell’auto, che denuncia di essere costretta a confrontarsi contemporaneamente con normative ambientali sempre più stringenti e con concorrenti sostenuti da massicci programmi governativi. L’unica eccezione evidenziata dall’Ocse riguarda gli interventi straordinari adottati durante la crisi finanziaria del 2008-2009, quando diversi governi europei intervennero per sostenere i propri costruttori.
Anche il settore siderurgico conferma la crescente centralità di Pechino. Nel 2024 le aziende cinesi rappresentavano il 47% della capacità produttiva mondiale e il 49% del fatturato complessivo delle imprese dell’acciaio censite nel database Ocse. Molti dei principali gruppi sono controllati direttamente dallo Stato e hanno ricevuto livelli di sostegno significativamente superiori rispetto ai concorrenti internazionali nel periodo 2010-2024.
Per questo Bruxelles ha deciso di rafforzare le misure di salvaguardia per proteggere la siderurgia europea. Dal 1° luglio entreranno infatti in vigore quote di importazione più restrittive per i prodotti provenienti da Paesi extra-Ue: le quantità esenti da dazi saranno ridotte del 47% rispetto al 2024, mentre per le importazioni eccedenti scatterà un dazio del 50%, contro il 25% attuale.
L'analisi sui settori dei macchinari per edilizia, agricoltura e attività minerarie, settori storicamente dominati da produttori statunitensi, europei, giapponesi e sudcoreani,ha evidenziato che negli ultimi anni diverse aziende cinesi hanno conquistato quote di mercato rilevanti. A favorire questa crescita è stata sia l’espansione del mercato interno sia il ruolo strategico assunto dalle materie prime critiche, fondamentali per la transizione energetica e per l’industria tecnologica. Un ambito nel quale la Cina mantiene una posizione dominante lungo gran parte della filiera globale.
Il caso più evidente resta però quello del fotovoltaico. Vent’anni fa i produttori dei Paesi Ocse controllavano circa l’80% del mercato mondiale; oggi la situazione si è completamente ribaltata. Nel 2024 le aziende cinesi hanno rappresentato oltre il 90% delle esportazioni globali di pannelli solari in termini di volume, mentre la quota dei produttori Ocse è scesa sotto il 10%.
Secondo l’Ocse, il massiccio sostegno pubblico ricevuto dalle imprese cinesi ha contribuito in modo decisivo a questa trasformazione. Negli ultimi due anni anche i Paesi occidentali hanno aumentato gli incentivi al settore, favorendo il rientro di parte delle catene produttive, ma il vantaggio accumulato da Pechino resta significativo grazie alle dimensioni raggiunte dai propri campioni industriali. (riproduzione riservata)