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Politica

L'Italia in Cina vale quasi 50 miliardi di euro ed è in crescita

Se si somma il fatturato delle 1.500 imprese attive in quel mercato con la quota di export, che nel primo bimestre 2026 é aumentata, si arriva al valore emerso in un confronto politico al Senato della Repubblica sui rapporti bilaterali. In cui, tuttavia, il ruolo dell'Europa non è secondario nel facilitare le attività italiane


30/04/2026 10:49

di Marco Leporati*

settimanale
Massimo Ambrosetti, ambasciatore d'Italia a Pechino

Le 1.500 imprese italiane presenti in Cina con 130.000 addetti hanno prodotto nel 2025 ricavi per un valore di 33 miliardi di euro cui va aggiunto un totale di 14,4 miliardi di euro di esportazioni che nel primo bimestre dell’anno in corso sono cresciute del 4,5 % rispetto all’anno precedente, posizionando la Cina quale primo mercato per l'export italiano in Asia.

È quanto emerso durante i lavori del convegno Italia-Cina: relazioni economiche e investimenti, tenutosi lunedì scorso a Roma nella prestigiosa e iconica Sala Koch a Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica. L’evento era nato su iniziativa della senatrice Antonella Zedda e ha visto la partecipazione, in presenza o in collegamento, di parlamentari e dei rappresentanti più qualificati dell'Italia in Cina, l’ambasciatore a Pechino Massimo Ambrosetti e il presidente della Camera di commercio in Cina, Lorenzo Riccardi.

Nel contesto di un quadrante geopolitico instabile, l’incontro è stato utile in termini di consuntivo per le azioni compiute e di ragionamento per quanto sarà necessario implementare nei prossimi mesi.  Il mantra sollevato dal vice ministro Valentino Valentini «La Cina, minaccia o opportunità ?»,  è servito come incipit dei diversi interventi che hanno affrontato le problematiche contingenti con angolature e prospettive diverse.

Sulla scorta della recente visita del ministro Tajani, in occasione della sessione della XVI Commissione economica mista tenutasi a Pechino lo scorso 16 aprile, Ambrosetti ha richiamato l’attenzione sul fatto che nello scambio commerciale tra Italia e Cina vi sia uno sbilanciamento ma, nel contempo, si debba rilevare che una consistente percentuale delle importazioni dalla Cina concerne beni intermedi necessari alla produzione o alle lavorazioni delle industrie italiane.

Al fine di colmare parte del gap tecnologico con il manufatturiero cinese è importante per le nostre imprese una «diffusione tecnologica in tempi rapidi nel sistema industriale», anche perché in alcuni settori quali il farmaceutico ed il biomedicale possiamo considerarci all’avanguardia con un appeal particolare in Cina: un’indicazione può essere quella rivolta alla silver economy, categoria che va sempre più ampliandosi.

Un altro fattore di successo è quello relativo all’Amicizia culturale Italia Cina, ha ricordato l'ambasciatore, con ormai una presenza museale nel Paese di mezzo che raccoglie ad ogni mostra successi di pubblico come in questi giorni con 300.000 visitatori alla mostra in corso a Pechino dedicata ad Andrea Palladio.

Sicuramente vi sono zone d’ombra che non attengono solo alle attività produttive e commerciali ma che vanno declinate in una cornice generale di rapporti e prospettive differenti. Andrea Volpi, componente della Commissione lavoro della Camera, ha ribadito che le imprese italiane devono avere una presenza rilevante per aumentare il nostro interscambio tenendo però presente le difficoltà e le barriere tuttora in essere in quanto il 95% dell’industria italiana è composta da pmi secondo quanto presentato da Fausto Mazzali, vice presidente di Confindustria per i Mercati esteri e Rapporti internazionali.

Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, Presidente Commissione Politiche dell’Unione Europea, dal suo osservatorio ha offerto un focus più generale su quelle che sono le criticità oggi esistenti e che si inquadrano nei più ampi rapporti tra Unione Europea e Cina. Concetti che quotidianamente si sentono quali parità nel dialogo piuttosto che partneriato, competitore o avversario, il livello di business risk nella valutazione dei 32 elementi di rischio.

Proprio nell’ambito europeo devono maturare scelte e decisioni per giungere ad una qualità degli accordi soprattutto su temi che oggi sono parte integrante nei rapporti tra Stati e organizzazioni. AI, climate change, fonti energetiche rinnovabili e Quantum computing necessitano di una postura proattiva che porti, a risultati, come spesso enfatizzano i cinesi, win win. Diversamente prevarrà la geopolitica o la geoeconomia con vincitori e vinti. (riproduzione riservata)

* corrispondente da Shanghai, dove vive e lavora da 30 anni


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