Il Fondo Monetario Internazionale ha invitato la Cina a dimezzare il sostegno statale all’industria preoccupato per l’eccesso di capacità produttiva della seconda maggiore economia mondiale. L’Fmi stima che Pechino spenda circa il 4% del pil per sovvenzionare le imprese in settori strategici e chiede ora che la quota venga ridotta di 2 punti percentuali nel medio termine.
Secondo l’Fmi, le politiche industriali cinesi «stanno generando ricadute e pressioni internazionali» e, insieme alla debole domanda interna, hanno reso la Cina «più dipendente dalle esportazioni manifatturiere come fonte di crescita». La politica industriale ha favorito «l’innovazione tecnologica in alcuni settori, ma nel complesso l’impatto sull’economia è stato negativo», la spiegazione di Sonali Jain-Chandra, capo missione dell’Fmi nell’area Cina e Asia-Pacifico, che cita «un’allocazione inefficiente delle risorse» e «una spesa eccessiva». In passato il Fondo aveva già esortato la Cina a ridimensionare le politiche industriali, senza tuttavia quantificarne l’entità.
Le raccomandazioni contenute nel nuovo rapporto arrivano dopo l’aumento delle esportazioni cinesi di beni manifatturieri compresi i prodotti a maggior valore aggiunto come i veicoli elettrici, che hanno alzato il livello delle tensioni con l’Occidente sui sussidi pubblici. L’avanzo commerciale della Cina ha superato 1.200 miliardi di dollari lo scorso anno. Fatto che ha spinto il presidente francese Emmanuel Macron a denunciare «squilibri insostenibili» negli scambi.
L’Fmi ha accolto in maniera positiva un’iniziativa di Pechino per ridurre la cosiddetta «involution» — termine con cui la Cina indica l’eccessiva competizione sui prezzi — ma ha sottolineato la necessità di «chiarire ulteriormente la strategia». Mentre in questi giorni la Cina sta festeggiando il nuovo Capodanno Lunare e le borse sono chiuse, il governo si trova a dover decidere come muoversi per affrontare alcuni problemi che stanno ormai diventando strutturali, come la deflazione, la debole fiducia dei consumatori, l’elevata disoccupazione giovanile e il persistente rallentamento del settore immobiliare.
Nel 2024 l’Fmi aveva invitato la Cina a destinare il 5,5% del pil in un arco temporale di quattro anni per contrastare la crisi immobiliare, completando i progetti residenziali incompiuti e favorendo l’uscita dal mercato dei gruppi costruttori vicini al collasso. Nel rapporto pubblicato questa settimana, il Fondo propone invece un intervento pari al 5% del Pil in tre anni da parte del governo centrale. «La proposta è sostanzialmente la stessa», ha spiegato Thomas Helbling, vice direttore dell’Fmi per l’Asia-Pacifico, sottolineando che gli immobili incompiuti e le ricadute sulla fiducia degli investitori restano «l’elefante nella stanza».
L’Fmi ha inoltre sollecitato la Cina a orientarsi verso un modello di crescita trainato dai consumi, raccomandando di allentare le restrizioni sull’accesso al welfare per i migranti interni, adottare un sistema fiscale più progressivo e rafforzare le pensioni. Le autorità cinesi hanno replicato spiegando che i sussidi industriali non sono così estesi come ha stimato l’Fmi.
Zhang Zhengxin, direttore esecutivo sulla Cina per conto dell’Fmi – un ruolo di nomina di Pechino - ha detto che il Paese «ritiene che le stime sull’entità e l’impatto della politica industriale cinese siano significativamente sovrastimate. Le politiche industriali della Cina sono aperte e trasparenti e si applicano in modo equo alle imprese statali, private e a capitale estero».
Il Fmi ha anche certificato che il pil reale è cresciuto del 5% nel 2025, in Cina, raggiungendo l'obiettivo delle autorità, sostenuto da esportazioni robuste e da stimoli di politica economica. Tuttavia, puntualizza l'Fmi, la domanda privata interna è rimasta fiacca e, mentre l'inflazione di fondo è aumentata moderatamente, quella complessiva ha continuato a essere contenuta, con una media dello 0% nel 2025, e il deflatore del Pil ha continuato a diminuire.
La bassa inflazione rispetto ai partner commerciali ha inoltre portato a una svalutazione del tasso di cambio reale, contribuendo a esportazioni forti e a un aumento del saldo delle partite correnti a una stima del 3,3% del Pil nel 2025.
Il Fondo Monetario Internazionale prevede che la crescita del Pil cinese rallenti al 4,5% nell'anno in corso, a causa degli effetti prolungati dei dazi e dell'incertezza della politica commerciale. L'Fmi stima che le pressioni deflazionistiche persisteranno, con un'inflazione stimata in aumento solo graduale in un contesto di persistente sottoutilizzo delle risorse economiche. Nel medio termine, il Fondo prevede che la crescita continui a decelerare a causa della diminuzione della forza lavoro, del calo dei rendimenti degli investimenti e di una crescita più lenta della produttività. (qui il testo dell'articolo apparso oggi su milanofinanza)