Il vice primo ministro cinese, He Lifeng, l'ambasciatore Jamieson Greer, rappresentante commerciale degli Stati Uniti, e il segretario del Tesoro Usa, Scott Bessent, si incontreranno a Parigi il 15 e 16 marzo, per preparare la visita del presidente americano Trump in Cina, prevista per la fine del mese. Lo hanno confermato sia fonti dell'amministrazione americana che cinese.
«Come diretta conseguenza del solido rapporto tra il presidente Trump e il presidente Xi e dei nostri interessi comuni, gli Stati Uniti e la Cina stanno intensificando la loro collaborazione per creare un maggiore equilibrio nelle nostre relazioni commerciali bilaterali», ha dichiarato Greer, aggiungendo che «l'amministrazione Trump continuerà a perseguire l'equità e la stabilità nelle nostre relazioni con la Cina, esaminando l'attuazione dei recenti impegni e lavorando per promuovere al meglio gli interessi degli agricoltori, degli allevatori, dei produttori e dei lavoratori americani».
La notizia degli incontri di Parigi nel segno degli interessi comuni sino-americani e della reciproca collaborazione arriva in contemporanea con l'annuncio che l'amministrazione americana ha avviato nuove indagini commerciali su 60 economie, fra cui quella cinese, per determinare l'eventuale mancata imposizione e l'inefficacia del divieto di importazione di merci prodotte con lavoro forzato, il giorno dopo aver avviato un'inchiesta su pratiche commerciali sleali.
Le nuove indagini, condotte ai sensi della Sezione 301(b) del Trade Act del 1974, includono Cina, Unione europea, India e Messico, secondo una dichiarazione del rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti. «Nonostante il consenso internazionale contro il lavoro forzato, i governi non sono riusciti a imporre e ad applicare efficacemente misure che vietino l'ingresso nei loro mercati di merci prodotte con il lavoro forzato», ha dichiarato il rappresentante commerciale Usa, Greer, spiegando che «queste indagini determineranno se i governi stranieri hanno adottato misure sufficienti per vietare l'importazione di merci prodotte con il lavoro forzato e in che modo la mancata eradicazione di queste pratiche aberranti influisca sui lavoratori e sulle imprese statunitensi».
La reazione di Pechino alle indagini statunitensi è stata finora piuttosto contenuta. Un portavoce del ministero degli Esteri cinese ha dichiarato che Pechino si oppone a qualsiasi forma di dazio unilaterale, una risposta decisamente più moderata rispetto agli scambi di ritorsioni che hanno caratterizzato il culmine delle tensioni commerciali lo scorso anno. La prima amministrazione Trump aveva avviato sei indagini ai sensi della Sezione 301, che avevano coinvolto Cina e Ue, portando ad aumenti tariffari. Anche l'amministrazione Biden ha condotto indagini ai sensi della Sezione 301, e due indagini su Brasile e Cina sono tuttora in corso.
Tuttavia Wang Huiyao, fondatore del Center for China and Globalization, un think tank spesso considerato allineato con il pensiero di Pechino ha rilevato che «avviare nuove indagini commerciali proprio prima del vertice invia un segnale sbagliato, un approccio unilaterale non funzionerà». «L'articolo 301 è già stato utilizzato in passato, e ciò di cui le due parti hanno bisogno ora è trovare un modo per collaborare, anche su quanto sta accadendo in Medio Oriente», ha aggiunto.
La Sezione 301 consente agli Stati Uniti di imporre dazi doganali alle economie che si siano rese responsabili di pratiche commerciali sleali, senza l'autorizzazione del Congresso: un potere legale che il presidente statunitense, Donald Trump, aveva utilizzato durante il suo primo mandato per imporre dazi sulle merci cinesi. Le indagini sul lavoro forzato fanno seguito a quelle, avviate mercoledì ai sensi della Sezione 301, che hanno preso di mira la sovraccapacità industriale in 16 economie, tra cui Cina, Australia, Indonesia, Giappone, Malesia, Singapore, Corea del Sud, Svizzera e Thailandia.
Le indagini più recenti hanno ampliato l'elenco dei Paesi sottoposti al controllo previsto dalla Sezione 301, includendo Regno Unito, Brasile e Russia. Le nuove indagini sembrano rappresentare una via alternativa per sostituire almeno in parte i dazi reciproci che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato il mese scorso.
«Con l'abolizione dei dazi reciproci, l'amministrazione ha chiarito che il suo piano B sarebbe stato attuato al più presto», ha affermato Wendy Cutler, vicepresidente dell'Asia Society Policy Institute ed ex rappresentante commerciale degli Stati Uniti, a Cnbc. Il mese scorso la Corte Suprema ha invalidato i dazi reciproci imposti da Trump, stabilendo che il presidente aveva oltrepassato i suoi poteri. Trump ha quindi immediatamente imposto un dazio globale generalizzato del 10% in base alla Sezione 122 del Trade Act del 1974, minacciando di aumentarlo ulteriormente al 15%. L'ampiezza delle indagini sta suscitando perplessità tra gli esperti del settore in merito alla loro fattibilità e alla loro logica.
Secondo gli esperti, l'ampiezza delle indagini commerciali rischia inoltre di alienare i partner e di vanificare la buona volontà necessaria per elaborare una risposta collettiva al problema della sovraccapacità industriale cinese. «L'amministrazione sta perdendo un'importante opportunità di collaborare con i partner per affrontare il vero problema della sovraccapacità produttiva mondiale, che è la Cina», ha affermato Cutler. «Coinvolgendo più di una decina di Paesi in un'indagine sulla sovraccapacità produttiva, i nostri partner non saranno disposti a collaborare con noi per affrontare le gravi sfide che la sovraccapacità produttiva cinese pone a livello globale», ha aggiunto. (riproduzione riservata)