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Politica

Perché oggi conviene a Europa e Cina stringere un nuovo patto

È urgente che vengano riequilibrate le relazioni commerciali e le opportunità di investimento tra i due contraenti, ripristinando gli accordi firmati nel dicembre 2020 di fatto vanificati dal Covid. Nel nuova contesto di dazi e guerre è interesse sia dell'Unione Europea sia della Repubblica popolare riannodare il filo


17/03/2026 17:21

di Vincenzo De Luca*

settimanale
Vincenzo De Luca, già console italiano a Shanghai ed ex ambasciatore in India

Nel dicembre 2020 tra Ue e Cina si raggiunse un accordo politico molto ambizioso, definito Comprehensive Agreement on Investment (Cai), che puntava a riequilibrare le relazioni commerciali e le opportunità di investimento tra i due contraenti. L'accordo non è stato successivamente ratificato dal Parlamento Europeo per le reciproche sanzioni intervenute sulla situazione dei diritti umani nel Xinjang.

Il Cai prevedeva agli investitori dell'Ue un migliore accesso a un mercato di 1,4 miliardi di consumatori, permettendo di competere con le realtà nazionali cinesi in condizioni di maggiore reciprocità e favorendo in questo modo la crescita e lo sviluppo internazionale dell'industria europea. Venivano garantite migliori condizioni di accesso al mercato interno cinese per i prodotti della manifattura europea, eliminati gradualmente i requisiti di joint venture nel settore automotive e in quello sanitario, venivano offerte nuove opportunità per investimenti europei nei settore i del trasporto marittimo, del trasporto aereo,e offerto un primo accesso al procurement delle aziende cinesi di stato. Per gli investitori cinesi il Cai consentirebbe di accedere ai mercati energetici e manifatturieri dell'Ue e una regolamentazione più trasparente e favorevole.

Nell'attuale scenario di escalation tariffaria da parte degli Usa e di sconvolgimenti in atto a seguito della guerra in Iran nei mercati energetici che stanno provocando già un primo impatto sull'economia globale, l'Europa è chiamata a sviluppare una più elevata capacità tecnologica e industriale per un'autonomia strategica e a ridefinire il suoi rapporti economici e commerciali con i principali player internazionali. La firma degli accordi di libero scambio con il Mercosur e con l'India costituiscono già un primo passo per una maggiore autonomia dell'Unione Europea sul piano internazionale.

Occorrerebbe definire ora un diverso quadro di relazioni economiche e industriali con la Cina in una situazione, più complessa rispetto quella con India e Mercosur, dove il rapporto tra i Paesi europei e Pechino si gioca sul piano della concorrenza tra sistemi politici ed economici profondamente diversi ma anche di una possibile nuova collaborazione ai fini di creare una partnership economica più equilibrato con benefici reciproci, come era negli auspici del Cai. Con la Cina l'Ue registra un crescente squilibrio commerciale che nel 2024 è arrivato a oltre 300 miliardi di euro.

A fronte di tale deficit della bilancia commerciale si registra invece un avanzo europeo nello stock degli investimenti pari a oltre 160 miliardi di euro. Siamo quindi in presenza di relazioni economiche squilibrate, a netto vantaggio della Cina sul piano commerciale e con prevalenza europea sul fronte degli investimenti. Di fronte alla crescente penetrazione di prodotti cinesi sui nostri mercati l'Europa si trova di fronte a un'alternativa: imporre dazi crescenti, mettendo però in tale modo a rischio le sue capacità di affrontare la transizione verde, sia in materia di produzione di pannelli solari, di tecnologie di stoccaggio, di auto elettriche oppure incoraggiare investimenti diretti cinesi e partnership che apporterebbero nuova tecnologia in tali settori, riducendo l'importazione di tali prodotti.

Rilanciando un negoziato a partire dal Cai, mentre in Europa si potrebbero incentivare maggiori investimenti diretti cinesi che, nelle auto elettriche sono già avviati in Spagna e Ungheria. La Cina, dal canto suo, dovrebbe garantire maggior accesso ai prodotti e alle tecnologie europee nei settori a più alto valore aggiunto, dai macchinari alla sanità, all'economia circolare, e aprendo alle imprese europee il public procurement (incluso quello delle aziende di Stato).

Si tratterebbe di un'operazione politicamente ambiziosa che potrebbe essere condotta, escludendo i settori della difesa e della sicurezza, solo a condizione di imprimere un impulso politico al dialogo tra Ue e Cina che in occasione dell'ultima visita a Pechino della presidente Ursula von der Leyen dello scorso anno aveva fatto registrare un'ulteriore battuta di arresto.

È una via simile a quella avviata di recente dal Canada che, con i recenti accordi con Pechino, ha avviato uno sviluppo di produzione nazionale di auto elettriche con apporto di tecnologie e investimenti cinesi. Si tratta di una linea del resto simile a quella che venne perseguita dalla stessa Ue con il Giappone tesa a incoraggiare maggiori investimenti diretti sul mercato europeo da parte giapponese per la produzione di auto in Europa piuttosto che incrementare la loro importazione.

Nella prospettiva di promuovere maggiori investimenti cinesi, l'Italia e altri Paesi europei hanno già negli anni scorsi rilanciato accordi di partenariato definiti strategici proprio in relazione alla dimensione degli investimenti. Per determinare un rebalancing di mutuo vantaggio occorre però ridefinire un quadro europeo in una nuova prospettiva di dialogo e collaborazione con Pechino che, insieme a una partnership economica più evoluta ed equilibrata consenta anche di affrontare le sfide globali

Anche sul piano di nuove e concrete iniziative internazionali tese a promuovere più efficacemente gli interessi dell'economia europea si potrà affermare un ruolo più autonomo ed incisivo dell'Unione Europea sulla scena globale. (qui l'articolo apparso oggi su milanofinanza)

*ex ambasciatore in India e strategic consultant  Studio Gianni Origoni


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