Una lettera al commissario Ue al Commercio Maro efovi e in copia alla presidente Ursula von der Leyen, inviata da un gruppo di società italiane, fra cui Barilla, Ovs, Upim, Tognana Porcellane, Geminiano Cozzi Venezia 1765, assieme ad altre francesi, tedesche e austriache per chiedere all'Unione Europea un intervento urgente. Si tratta di importatori, utilizzatori, produttori e distributori di articoli in ceramica che chiedono di non alzare di un ulteriore 79% i dazi sulla porcellana cinese importata a partire da marzo. Ora l'imposizione fiscale è del 12%, la somma delle due arriva al 91%. Si tratta del caso Ue R831, un'azione anti-dumping nei confronti di Pechino accusata di aiuti di Stato nei confronti delle aziende produttrici di ceramica. E qui le imprese che hanno sottoscritto la lettera ricordano che quasi il 60% della porcellana europea è importata da anni dalla Cina, visto che nel Vecchio Continente sono molto poche le fabbriche specializzate. Inoltre «il governo cinese ha deciso di eliminare l'attuale rimborso fiscale del 9% sulle esportazioni di ceramica e porcellana entro il 1° aprile 2026», sottolinea la missiva. Antonio Tognana, ceo di Geminiano Cozzi Venezia 1765, spiega a MF-Milano Finanza che «oggi l'Europa importa dalla Cina oltre il 58% della porcellana e ceramica da tavola, mentre riesce a produrre non oltre il 27% dei fabbisogni complessivi. Il segmento Bone China, più ristretto e di fascia alta, non è affatto prodotto in Europa e in Italia giunge il materiale semilavorato che viene poi trasformato, decorato e portato a prodotto finito». Con i nuovi dazi, riprende Tognana, «il consumatore rallenterà gli acquisti con un effetto deprimente sulle imposte dirette ed indirette. Cosa accadrebbe a ospedali, mense di case di riposo e scuole che dovrebbero investire molto di più nelle stoviglie? Per non parlare del rischio che il governo debba intervenire con i sussidi di disoccupazione sulle società importatrici colpite dai dazi. Sarebbe una forma di autolesionismo». (riproduzione riservata)